Il talento, quando è guidato da una sincera urgenza comunicativa, trova sempre il modo di superare i confini tra i generi. Lo dimostra chiaramente Lavinia, un'artista straordinariamente eclettica che ha saputo far dialogare una solida laurea specialistica in Conservatorio con il teatro, il cabaret musicale e la canzone d'autore. Per lei l'arte è un'educazione completa alla vita, un ciclo continuo di emozioni che si autoalimenta nel rapporto con il pubblico e, quotidianamente, nel prezioso ruolo di insegnante.
Disponibile dal 12 giugno sotto l'egida di Up Music, il suo nuovo singolo “Carezza” è la perfetta sintesi di questa visione. Nato tra i banchi di scuola da un'improvvisazione guidata insieme a un allievo adolescente non vedente, il brano si fa portavoce di un messaggio universale: l'importanza della comunicazione non verbale e la bellezza di un'empatia pura, capace di esprimersi anche solo attraverso uno sguardo o un gesto silenzioso. Abbiamo accolto Lavinia sulle pagine di Cherry Press per una conversazione intima e profonda sulla sua storia, sulla pedagogia che si fa musica e sulla forza di saper dialogare, prima di tutto, con se stessi.
Ciao, benvenuta sulle pagine di Cherry Press! Raccontaci un po’ di te. Quando ti sei avvicinata alla musica? È vero che tutto è cominciato nell'infanzia, muovendo i primi passi tra il canto e il pianoforte fino ad arrivare alla laurea specialistica in Conservatorio?
Dicono che, a due anni di età, riuscissi a cantare perfettamente intonati i canti popolari che mio nonno materno, stonatissimo, mi insegnava. Sembrava avessi una specie di traduttore simultaneo dei suoni! Amavo cantare, sin da bambina.
Vivevo con la mia famiglia a Torino, poi ci siamo trasferiti in un piccolo paese in provincia di Biella, Cavaglià, dove abito tuttora. La necessità di sfogare la mia creatività anche attraverso la musica si è tradotta nell’inizio dello studio pianistico, un’attività preziosa in un ambiente culturale meno vario rispetto ad una grande città. A Torino sono poi ritornata per studiare in Conservatorio, infatti.
Sei un'artista eclettica: pianista classica, polistrumentista, cantante e attrice teatrale. In questo tuo ricco percorso, quali artisti o mondi musicali hanno influenzato maggiormente il tuo stile, a cavallo tra accademia e canzone d'autore?
Un tempo era scontato che un buon artista sapesse suonare uno strumento, cantare, recitare, dipingere. Era un’educazione completa. Basta pensare a Leonardo Da Vinci. Un genio sì, ma frutto di una realtà che formava artisti a tutto tondo. Penso che sia una cosa fondamentale, per questo ho deciso di spaziare in vari ambiti artistici, che mi danno anche molta soddisfazione. Apprezzavo molto il genere del cabaret musicale già da bambina, anche sullo stile del “one man show”, cosa che vorrei inserire nel futuro delle mie attività artistiche. Qualche piccolo esperimento l’ho già fatto, ma vorrei ampliare la cosa in modo da creare spettacoli strutturati da poter portare in scena.
I cantautori italiani restano il mio punto di riferimento principale, scrivendo canzoni. Amo molto la musica classica, che ha costituito la mia formazione di musicista, e che eseguo tuttora. Però i secoli sono passati ed ogni genere musicale esprime messaggi ed emozioni. Oltre al mondo cantautorale, quello del pop melodico è il genere nel quale mi trovo più a mio agio. Un genere che, in effetti, lascia molto spazio alla varietà di stili di espressione musicale.
Se dovessi scegliere tre aggettivi per definire la tua musica e il tuo modo di fare dell'arte un mestiere, quali sceglieresti?
Tre aggettivi, dunque…emozionante, profondo, comunicativo.
Il tuo nuovo singolo si intitola "Carezza", uscito il 12 giugno per Up Music. Quale messaggio universale legato all'empatia e alla comunicazione non verbale vuoi comunicare attraverso questo brano?
A volte le parole sono superflue. Perché possono essere fraintese, perché vengono pronunciate per nascondere i sentimenti, oppure li portano all’estremo.
Pensate ad un bambino: non è con lunghi discorsi che gli si insegna qualcosa, che gli si può essere d’esempio. Basta uno sguardo, un abbraccio, un movimento, per essere compresi e comunicare. Questo lo vivo sempre con i miei allievi più piccoli. La vera empatia è quella che non ha bisogno di parole, ma di comunicazione semplice. Una carezza la si può dare persino con gli occhi, a volte.
Adesso è arrivato il momento per porti da sola una domanda che nessuno ti ha mai fatto… ma a cui avresti sempre voluto rispondere. Cosa ti piacerebbe raccontare della tua esperienza di insegnante e di come i tuoi allievi ispirano la tua scrittura, proprio come è successo per la nascita di questo pezzo?
“Carezza” è nata da un gioco che spesso propongo agli allievi: creare ritmi ed anche semplici melodie. Un mio allievo non vedente, che seguiva un percorso di attività musicale non pianistica, mi aveva proposto di realizzare una melodia sul suo rapporto di fratello adolescente con la sorella, di qualche anno più grande. Prima il ritmo, poi una piccola linea melodica, poi una bozza di testo. Nel tempo, riflettendo su quanto sia importante un gesto semplice per riportare l’armonia, quella melodia si è sviluppata man mano.
L’insegnante accompagna gli allievi nell’apprendimento, li guida, ma è anche in ascolto continuo. Ogni lezione insegna anche a chi la conduce: perché si impara reciprocamente, uno dall’altro. Chi educa si arricchisce umanamente ogni volta che esercita la sua professione. A patto che sia disposto a comunicare e ricevere emozioni. In fondo, è la stessa cosa che avviene ad un concerto. L’emozione vissuta dal musicista passa al pubblico e gli ritorna, in un ciclo continuo.
Per concludere, la tua missione è unire le persone creando un terreno comune basato sull'emozione autentica. Quale messaggio vuoi lanciare ai lettori di Cherry Press che si avvicinano oggi al mondo di "Carezza"?
Dialogate profondamente con chi prova affetto autentico per voi, anche senza parole. In questo modo imparerete anche a dialogare autenticamente con voi stessi, ad accettarvi ed anche a volervi bene davvero.
