Con Un Pianeta alla Deriva, i Fuoricentro affrontano le contraddizioni del nostro tempo attraverso cinque brani che, pur esplorando temi differenti, compongono un racconto unitario sulle cause e le conseguenze della crisi che attraversa la società contemporanea. Un progetto in cui parole, musica e immagini si intrecciano per dare forma a una riflessione sul mondo che ci circonda, senza rinunciare alla ricerca di un linguaggio espressivo personale.
Mentre il gruppo è al lavoro sul nuovo album, attualmente in registrazione negli studi Universal, si apre una nuova fase del percorso artistico: l’impegno civile continua a essere centrale, ma lascia sempre più spazio anche all’introspezione, ai sentimenti e a quelle emozioni che spesso è difficile esprimere. Tra nuove collaborazioni, come quella con l’autore sardo Massimo Eretta, e la volontà di esplorare territori interiori ancora inediti, i Fuoricentro si raccontano in un’intervista che attraversa il processo creativo, il rapporto tra parole e musica e il desiderio di trovare, attraverso le canzoni, una voce capace di parlare tanto del mondo quanto di noi stessi.
Quando nasce un nuovo progetto dei Fuoricentro, qual è il primo elemento che prende forma: un concetto da raccontare, una frase, una melodia o un'immagine?
Di solito si parte da un testo e penso che ogni testo nasca da una ragione precisa, da qualcosa che si sente la necessità di esprimere e condividere.
Un Pianeta alla Deriva affronta argomenti molto diversi, eppure mantiene un filo conduttore. Qual è stato il criterio con cui hai selezionato i cinque brani destinati a far parte dell'EP?
Il criterio è stato quello di individuare cinque brani che, pur affrontando tematiche diverse, raccontassero sfaccettature di uno stesso fenomeno: l’insieme di concause che, interagendo tra loro, ci hanno condotto alla caduta libera che stiamo vivendo in quest’epoca. Ogni brano rappresenta un tassello di un quadro più ampio, contribuendo a delineare il filo conduttore di Un Pianeta alla Deriva.
In un lavoro così legato ai testi, quanto spazio rimane all'arrangiamento?
Parecchio. Ho provato a ricercare un equo equilibrio tra parole, musiche e immagini. Il progetto nasce dall’interazione tra questi tre elementi fondamentali della comunicazione, che si intrecciano e si completano a vicenda, dando vita a un linguaggio espressivo unitario.
In studio, qual è il momento in cui capisci che una canzone ha trovato la propria forma definitiva? È una decisione razionale o un'intuizione difficile da spiegare?
Sicuramente un'intuizione difficile da spiegare. Qualcosa che sento quando arriva e che mi fa capire essere la giusta combinazione.
Il nuovo album è attualmente in registrazione negli studi Universal. Che cosa cambia, concretamente, nel tuo modo di lavorare quando una nuova produzione prende il posto di un disco appena completato?
Questo nuovo album rappresenta per me una continuità, ma anche un passo ulteriore nel mio percorso personale e artistico. Sento una voglia ancora più forte di guardarmi dentro, di esplorare nuove dimensioni della mia interiorità e di tradurle in testi che, fino a oggi, non avevo mai preso in considerazione. C’è il desiderio di raccontare l’amore e gli stati d’animo più intimi, ma anche di continuare a confrontarmi con temi più ampi e urgenti, come la guerra, la crisi climatica e un mondo che sta prendendo una direzione in cui faccio sempre più fatica a riconoscermi. In fondo, ogni nuovo disco è un’occasione per mettersi in discussione, scoprire nuove parti di sé e trovare il modo più autentico per dare loro voce.
Il prossimo progetto comprenderà tre testi di Massimo Eretta, autore sardo. Come si svolge il passaggio dalla pagina scritta alla canzone: parti dalle parole così come sono oppure intervieni sulla struttura per trovare una nuova musicalità?
I testi di Massimo Eretta, così intensi, emotivi e ricchi di sensibilità, sono stati per me una fonte d’ispirazione fondamentale. Mi sono lasciato guidare dalle sue parole, cercando di coglierne le sfumature più profonde e di tradurre in musica le emozioni che trasmettono. Le musiche sono nate proprio da questo ascolto interiore, con il desiderio di valorizzare il significato dei testi e restituire, attraverso le note, tutto ciò che Massimo è riuscito a esprimere con le parole.
Quando lavori su testi scritti da un'altra persona, quanto cerchi di rispettare l'intenzione originaria dell'autore e quanto, invece, senti il bisogno di renderli parte del tuo universo espressivo?
È la prima volta che mi confronto con testi scritti da altri, ed è stata un’esperienza nuova e stimolante. Ho cercato innanzitutto di rispettare l’intenzione originaria dell’autore, lasciandomi guidare dalle emozioni che le sue parole mi hanno trasmesso. Allo stesso tempo, ho sentito il bisogno di farli miei, interpretarli attraverso la mia sensibilità e tradurli nel mio linguaggio musicale. Credo che il punto d’incontro stia proprio in questo equilibrio: preservare l’essenza del messaggio originale, lasciando però che la musica e la mia interpretazione gli diano una nuova dimensione espressiva.
Puoi anticipare se il nuovo album proseguirà il percorso di impegno civile di Un Pianeta alla Deriva oppure se porterà i Fuoricentro verso territori musicali e narrativi differenti?
Il nuovo album proseguirà sicuramente il percorso di impegno civile intrapreso con Un Pianeta alla Deriva, continuando a confrontarsi con le tematiche che sentiamo urgenti e necessarie. Allo stesso tempo, però, ci concederemo il lusso di raccontarci un po’ di più, lasciando spazio a una dimensione più intima e personale. Ci sarà la voglia di esplorare quei sentimenti e quelle emozioni che spesso facciamo fatica a comunicare, ma che proprio attraverso la musica possono trovare una voce. Sarà quindi un percorso che tiene insieme lo sguardo sul mondo e quello rivolto verso noi stessi, perché credo che raccontare ciò che accade fuori di noi sia importante quanto trovare il coraggio di raccontare ciò che accade dentro.
