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Alberto Nemo: il senso artistico delle parole

Interviste , Musica   
Redazione
31 marzo

Un disco per i terrestri come ci aiuta a capire lo stesso Alberto Nemo, cantautore “alieno” come lo ha definito Vince Tempera. Prolifico forse come pochi, con questo che è il suo quattordicesimo lavoro dal titolo “Io Dio No”, attentissimo alle solitudini e ai silenzi, ad un ritiro spirituale nei confronti del suono pop e delle forme egocentriche ma rivolto - anzi devoto direi quasi - al peso poetico e letterale di ogni parola che compone questo puzzle davvero interessante e umano. Realizzato da Mayday (maydayarte.it) con copie disponibili anche in vinile con grafica unica per ciascuna release, dipinta a mano da Mauro Mazziero. “Io Dio No” è un’opera che solo in alcuni rari momenti si concede al bello che siamo abituati a conoscere. Per converso, è un lungo pellegrinaggio verso qualcosa di poco consueto ma di inevitabilmente affascinante. Siamo noi stessi dentro queste trame scure dipinte e cantate dalla magia di Alberto Nemo.

Io vorrei partire dalla canzone del disco, per me. “Canzone per noi” la trovo davvero importante. E sinceramente la trovo anche distante dal resto del lavoro. Ce ne parli?
“Canzone per noi” arriva dai miei anni verdi anche se ho deciso di inciderla l’anno scorso. È fatta di suoni e tempi rarefatti, come i giorni interminabili dei ragazzi. Tutto si dilata e danza su un soffio. A quell’età ogni piccolo mutamento di stato d’animo è vissuto come una rivoluzione e l’energia che dirompe in un temporale è gioia pura senza tempo. È una canzone sussurrata che arriva solo dove c’è silenzio e dove c’è ancora il profumo dell’amore.

Tra l’altro è l’unica, credo, che coccola la melodia “pop” in un modo più evidente delle altre scritture. Sei d’accordo?
È un pomeriggio d’estate, quando la sera tarda ad arrivare e i pensieri si muovono leggeri mentre una musica arriva da lontano. Una musica leggera che arriva attraverso il vento da chissà dove e ci si canta sopra sussurrando.

“Io Dio No” è un disco molto difficile. Come ti rapporti con un pubblico oggi attentissimo all’estetica e solo a quella quasi?
La mia musica somiglia alla terra in cui sono nato, ampia, essenziale e senza orpelli. Questa è la mia estetica ed etica di vita. Sono molto attento a tutto ciò che pubblico e non lascio niente al caso. Nonostante questo non rinuncio al flusso di coscienza, a farmi trasportare dalla corrente del suono e della voce. Non credo che quello che faccio sia difficile, è solo senza glutammato.

Questo lavoro è un disco di Alberto Nemo per noi o per Alberto Nemo?
Vince Tempera mi ha definito “alieno”, io penso di essere ancora terreno e di condividere emozioni e sensazioni umane. Questo disco è per i terrestri.

A chiudere: la danza di “Dissolvenze”… quanto è parte integrante del brano stesso? 
Nel ritornello di questo pezzo si muovono le tre parole cardine di questo disco: “Io Dio No”. Si combinano insieme e questa danza cambia ogni volta il modo di vedere il mondo. Sono come i tre colori primari che possono creare tutti gli altri colori ma non possono essere creati. Ecco la danza dell’umana esistenza, un volteggiare lento nell’infinito.

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