Conosciamo Christian Frosio, cantautore bergamasco che lo scorso Gennaio ha pubblicato il suo primo disco di inediti in studio. Si intitola “Mille Direzioni”, un’autoproduzione libera e sofisticata, di grandissimo pop d’autore ben lavorato nei dettagli per evitare, quanto più possibile, ingenuità di stile e di forma. Ci tiene a sottolinearlo, come si evidenza anche in tanta critica ricevuta durante questi primi mesi di vita mediatica. Un lavoro artigiano durato due anni di lavoro che ha restituito personalità e unicità ad ogni singolo capitolo di questo ascolto. Ed ecco spiegata, anche dalla sua stessa voce, il perché di continui cambi di stile e di queste - a volte arroganti - varianze caratteriale che si fanno sfacciate da brano a brano. E su tutto, un disco come “Mille Direzioni”, ha quel peso umano e creativo che si rintraccia in quei viaggi personali, lontani da sovrastrutture e mode, dove solo la vera declinazione di libertà ispirata e concentrata su se stessa trova la vera ragione di esistere e l’unica forma concreta possibile. E le tante radici della canzone leggera italiana che vien naturale riconoscere a pelle anche dal primo ascolto, non sono debiti ma visioni, non hanno la faccia di debolezze ma somigliano tanto a quel citazionismo che rende spessa e forte la cultura personale di un artista ispirato come Christian Frosio.

Christian Frosio al suo esordio oggi. E con oggi non voglio essere didascalica. Le tue canzoni, questo titolo, la tua scrittura: lasci sempre mille direzione di codifica, lasci sempre arrivare a soluzioni personali. Come a dire che ognuno possa trovarci dentro se stesso… non è così?
Assolutamente sì, e ti ringrazio per aver colto questo aspetto. Le mie canzoni vogliono lasciare un senso di apertura, consegnare un'esperienza che non è chiusa ma che, guardando al divenire, lascia dei punti interrogativi. Credo che in questa sospensione tra passato e futuro, da cui l'aspetto nostalgico delle canzoni, l'ascoltatore è portato a compiere uno sforzo personale di riflessione per completare il suo quadro. Anche io, sono portato a riflettere su quello che scrivo, e ogni volta scopro cosa nuove. Le canzoni appartengono alla sfera di quello che definisco "conoscenza sensibile".

Dicci di questa copertina. Cosa rappresenta?
Innanzitutto la copertina vuole lasciare delle aperture di significati.
Essenzialmente sono partito dall'idea di rappresentare l'estetica musicale che sta dietro alla scrittura delle canzoni. Il cuore rappresenta la parte più intima, il donarsi. La finestra rappresenta un punto di unione tra il dentro e il fuori, sottolineato dalle ramificazioni/vene del cuore. I colori complementari blu e arancio sono gli opposti che convivono in una stessa esistenza.

I suoni del disco: anche questa è tutta farina del tuo sacco? 
Si, è stato un lavoro durato due anni in cui ho curato oltre gli arrangiamenti dei brani anche l'idea del suono e del mix. Ho fatto una preproduzione in solitaria in cui ho studiato, cercando di capire come produrre un disco. Soprattuto, quando sono andato in studio, ho fornito istruzioni, idee e dettagli molto chiari al fonico di turno, che ha contribuito ad affinare con le sue competenze il risultato finale. È stato un percorso per me necessario essendo produttore di me stesso.

E restando sul tema: come li hai scelti e perché? Che modello estetico volevi raggiungere?
Innanzitutto ho scelto i suoni che potesse rappresentare il vestito più adatto alla canzone, rispettandone lo stile e il messaggio. In "La Nostra Casa" ad esempio ho cercato una dimensione onirica, attraverso suoni eterei. In "Apri la Finestra" ho sottolineato la dimensione del ritorno con l'effetto di reverse applicato a voce, chitarre e batteria.
In "Anime Leggere" ho affidato l'idea di un senso di desolazione al minimalismo della batteria inziale. E via dicendo. Poi c'è stato un aspetto di necessità. Sono partito sperimentando con la mia strumentazione. Soprattutto da chitarrista, ho dato ampio spazio alle chitarre acustiche ed elettriche. Ma non solo, ci sono tante cose intorno all'asse voci chitarre.

Ho letto dalla critica che spesso citano riferimenti come Baglioni, Mango… io ci ho visto anche quella certa visionaria aria di Battiato ma non so cosa ne pensi tu. Niente di mistico ma di certo neanche niente di immediatamente pop…
Battiato è un sovraumano che parla da un'altra galassia. Lui ha una visione mistica ed esoterica.
Io dal canto mio mi ritengo un visionario idealista. Se vuoi, forse è proprio questo pop che poi non è nemmeno troppo pop il denominatore in comune. Mango e Baglioni sono spesso accostati alla mia musica, anche se non sono stati i miei riferimenti principali. Ovviamente sono onorato di questo accostamento. Per tornare a Battiato mi sono ripromesso da tempo di studiarlo a fondo.

A chiudere: col senno di poi questo disco rappresenta il limite delle tue capacità o ti ha aperto porte per un futuro di altre cose?
La risposta è nella tua domanda. Il disco è stato il mio limite nel momento in cui l'ho realizzato. Non potevo fare di più e sono molto soddisfatto. Come ogni traguardo poi, questo diventa un punto di partenza in cui ti porti dietro l'esperienza e le riflessioni maturate. Ho diverse idee sul prossimo suono e sugli arrangiamenti. Non vedo l'ora di mettermi a lavorare sul nuovo materiale.

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Redazione