Certamente la faccia è quella, riconoscibile e ben chiara a chi segue da anni le gesta del gruppo folk pugliese, forse una delle maggiori realtà che hanno sempre saputo tener testa ai fratelli maggiori (MCR e Bandabardò) e hanno sempre coccolato il loro pubblico offrendo una personalità ed una posizione artistica ben chiara e formata. Ed è anche loro, dei fratelli maggiori, lo zampino che ritroviamo come preziose featuring nel singolo che lancia e che consacra alla cronaca il nuovissimo disco dei Folokabbestia. Tornano celebrando con nuovi suoni e nuove soluzioni il classico dei loro classici “U frikketone” con questa nuova versione titolata “Frikketone 2.0” in cui appaiono anche Finaz ed Erriquez della Bandabardò e poi Dudu e Fry dei Modena City Ramblers. Ma oltre questa canzone title track del disco anche sei inediti che spaziano dall’amore pop alla tradizione balcanica senza precludersi due ingredienti portanti come quel calore di festa popolare e quel senso sociale che li porta a scendere in piazza in una metaforica sommossa civica. La bellezza di questo disco è figlia di quella semplicità contadina che ci riporta alle origini e al bisogno di canto partigiano che non significa politica o alta società, ma significa libertà d’espressione e voglia di farlo senza troppi ragionamenti di mercato e di vendita. Trovo che dietro dischi come questo ci siamo il vero significato di indipendenza artistica.

Torna “U Frikkettone”. La prima inevitabile domanda è: perché questo glorioso amarcord?
Il brano “U frikkettone” nasceva originariamente come la rielaborazione in dialetto barese di una famosissima canzone “The wild rover”. Questo brano irlandese lo suonavamo ad ogni concerto ed era il momento in cui tutto il pubblico partecipava cantando e battendo le mani. Il nostro violinista Osvaldo ebbe l'idea di riadattare il testo irlandese in dialetto barese e il vagabondo selvaggio diventò, nella versione dei Folkabbestia, u’ frikkettone, cioè un personaggio anticonformista e stravagante che, dopo una vita obliqua e randagia, decideva di tornare a casa da mamma e papà per ricevere in cambio una buona tazza di tè. Da allora ad ogni concerto viene sempre cantata da tutto il pubblico. L'hanno intonata in dialetto barese anche in Bretagna!! Abbiamo deciso di celebrarla insieme ai nostri vecchi compagni di viaggio che abbiamo incontrato lungo le vie del folk facendone una nuova versione completamente diversa dall'originale, nel ritmo, nell'arrangiamento, nel testo. Abbiamo unito gli Status Quo con i Dubliners, il rock and roll con il folk irlandese ed il risultato è tutto da ballare, l’arrangiamento è forse un po’ vintage... ma funziona! Non ci sono più i fricchettoni di una volta... oggi i giovani ascoltano musica trap, chattano su WhatsApp e postano foto su Instagram... però i messaggi dei figli dei fiori del 1969 possono ancora essere attuali. Anche se nel ritornello de “Il fricchettone 2.0” diciamo che non ne vogliamo più sapere di fare i fricchettoni, crediamo ancora che un mondo fatto di musica, pace e amore possa esistere. Se siamo in tanti a sognare il sogno diventa reale! Fricchettoni di tutto il mondo unitevi!! Noi ci crediamo ancora...

Oggi più che mai la leggerezza e l’impegno diventano ingredienti fondamentali per la musica sociale. Un giusto connubio che forse non vi ha mai abbandonato non è così?
Si potrebbe riassumere così, affrontiamo temi sociali a volte seri e pesanti con l’allegria e la leggerezza di una festa popolare. Le cose importanti le abbiamo sempre dette e cantate con ironia e leggerezza, non abbiamo mai avuto un piglio particolarmente combattivo ma sempre un po’ scherzoso e scanzonato. La canzone è uno strumento che trasmette non solo messaggi, ma anche emozioni, e le emozioni muovono gli animi e risvegliano le coscienze, per questo le canzoni in qualsiasi forma siano fatte sono importantissime. Anche in questo album affrontiamo tematiche sociali. Nella canzone “Un giorno di festa” gli ideali sono quelli della Rivolta di Pasqua del 1916 quando il popolo irlandese si ribellò all’oppressione dell’invasore inglese. La libertà non è un regalo bisogna guadagnarsela. Mentre con “Lo facciamo per voi” prendiamo le difese degli ulivi, che sono patrimonio fondamentale del paesaggio, della storia e della cultura pugliese. La campagna salentina viene paragonata alla foresta amazzonica e gli agricoltori sono dei novelli Chico Mendes che lottano e si oppongono al disboscamento e all’abbattimento del loro bene più caro. E citando la canzone contenuta nell’album “Il sole in inverno”... gli uomini cambiano ma i pensieri non si fermano e continuano e arrivano lontano...

Un viaggiatore dello spazio, forse un motociclista, forse un alieno... in ogni modo ha i rasta. Simbolica e interessante questa copertina. Ce la raccontate?
La copertina nasce dall’idea che il fricchettone 2.0 venga proiettato nel futuro e l’immagine è estrapolata da un frame del videoclip del brano. Nel video e nella copertina il fricchettone 2.0 diventa un cosmonauta con i dred incollati sul casco che, a bordo della sua nave spaziale sgangherata, modello pulmino Wolkswagen anni ‘ 60, con bandiera della pace e adesivi di Bob Marley e Che Guevara incollati sulla tuta, compie mille avventure nello spazio, su altri pianeti, il pianeta Woodstock 69 o il pianeta Stratocaster 56... Alla fine il cosmofreak con i capelli bianchi torna sul pianeta terra, dai suoi anziani genitori, che lo accolgono a braccia aperte, un po’ commossi, offrendogli un’antica e buona tazza di te... Il video è stato scritto da Lorenzo Mannarini per la regia di Andrea Larosa/Lucerna Films. Executive Producer: Beppe Platania. Le animazioni del video e l’immagine di copertina sono del bravissimo disegnatore Etienne Visora.



Perché ci parlate di un viaggio su una “sedia a dondolo”? Cito testualmente dalla vostra Press Kit...
Perché ascoltare la nostra musica è come viaggiare da una parte all'altra del mondo dal sud Italia ai Balcani dall'Irlanda all'Inghilterra dall'Europa al nord America in un viaggio sonoro ricco di contaminazioni. Perché la musica che ci piace è fatta di incontri e di scambi e oltrepassa i muri e le barriere, e fa girare la testa come quando si è seduti su di una sedia a dondolo...

E le tantissime dimensioni del vostro suono e dei vostri arrangiamenti, dallo ska al pop passando per l’inevitabile Irlanda... perché? In cerca di definizione o in fuga da un’etichetta precisa?
Le nostre influenze sono molteplici, dai Pogues ai Mano Negra, dai Dubliners a Esma Redzepova, dai Cantori di Carpino agli È Zezi, dai Beatles al rock progressivo, da De Andrè a Battiato, da Bennato a Gaber, da Modugno a Carosone, da Mozart a Coltrane... e tanto, tanto altro ancora...
Non ci è mai piaciuto avere un’etichetta ed essere messi in uno scaffale caratteristico, abbiamo sempre fatto la musica che ci sentivamo di fare. Citando una nostra canzone: “... sono dolcissime e infinite le vie del folk, sono santissime e maledette le vie del folk...”.

In ultimo l’amarcord ora vogliamo farlo anche noi: come si può suonare per 30 ore di seguito?
Abbiamo suonato la canzone “Stayla Lollo manna” per trenta ore di seguito ma non sappiamo neanche noi come abbiamo fatto. E’ stata l’esperienza più eccitante ed incredibile che abbiamo mai vissuto. Era novembre del 2003 all’Auditorium “Demetrio Stratos” di Radio Popolare a Milano, abbiamo cominciato a suonare nel pomeriggio di un giorno e abbiamo finito nella tarda serata del giorno dopo! Nel frattempo è successo di tutto, momenti in cui l’auditorium era strapieno di gente che ballava e cantava e momenti, tipo alle 7 di mattina, in cui c’eravamo solo noi e due spettatori, Paolina e Vincenzo che hanno assistito a tutta la performance e da allora sono diventati “Gli eroi della trenta ore”!! È stato come entrare in uno stato di trans, alla fine avevamo più energia di quando avevamo cominciato. Il giorno dopo siamo tornati a Bari in furgone e, dopo 10 ore di viaggio, quando abbiamo sistemato gli strumenti nella nostra sala prove, ci siamo guardati in faccia e abbiamo ricominciato a suonare, ancora “Stayla Lollo manna”!! Long live folk ’n roll!!

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Redazione