“Franco Toro” è il nuovo libro dello scrittore svizzero Dario Neron, pubblicato da Castelvecchi editore. Fedele allo stile del primo romanzo “Doctor Reset” (il Camaleonte edizioni) questa seconda opera racconta una storia esistenziale, con un linguaggio fresco e giovanile, un ritmo veloce. 

Franco Toro è il simbolo dell’uomo di successo del ventunesimo secolo. Sicuro di sé (all’apparenza), attraente, ricco e intelligente. Libertino, un edonista devoto ai piaceri della vita, ma con una grande coscienza di quanto sia, per la natura umana, sbagliato questo percorso da lui intrapreso. Di cuore con i pochi che ama, mostrandosi generoso con il denaro più che con l’affetto. Non per la sua natura venale, ma per una timidezza nascosta dietro a un corpo adamitico, il suo biglietto da visita.

Ma capiamo meglio di cosa tratta direttamente dalle parole dello stesso autore, che ci ha concesso questa intervista.

Ciao Dario e benvenuto sulle pagine di Cherry Press! Come è nata la tua passione per la scrittura?

Ciao a voi e grazie per l’opportunità. La passione per la scrittura è nata, come credo per molti, per un bisogno, o la voglia, di raccontare una storia. Forse il primissimo romanzo, tuttora non pubblicato (e impubblicabile, credo), è stato scritto vomitando fuori delle crisi post-adolescenziali, dovute a quel sentimento di essere incompresi che favorisce la creatività.

Quali sono stati i tuoi scrittori di riferimento nella età formativa?

Direi gli americani. Henry Miller, John Fante o Charles Bukowski, per citare alcuni dei classici. Henry Miller credo sia stato colui a spingermi a volermi esprimere con la scrittura. Mi ha colpito molto il suo “Tropico del cancro”. Poi c’è stato, dei nostri, Friedrich Dürrenmatt. La formazione non termina mai, credo. Oggi leggo molto di più di allora e ho aumentato il ventaglio di generi e autori, aggiungendo qualcuno di contemporaneo, come Houllebecq, Palahniuk o Easton Ellis. Degli italiani mi piace molto Cesare Pavese.

Qual è stata la scintilla che ti ha portato a scrivere “Franco Toro”?

Ricordo una sera in piscina, avevo già scritto l’introduzione ma era vaga. Franco Toro ancora non esisteva. Dici giustamente, si tratta sempre di una scintilla. Quella sera fu di rivolgere per caso lo sguardo verso i finestroni della piscina coperta, era tardi e inverno. Fuori già buio. Così vidi il mio riflesso e vidi come il riflesso a sua volta mi osservava. Lì mi è venuta l’idea di scrivere la storia di un giovane, vittima di una forte dicotomia di personalità, in cui quello che lui dà a vedere non è quello che gli altri vedono. L’idea dell’escort si è sviluppata solo più tardi.


Quanto tempo hai impiegato a scrivere il libro?

Lo avevo iniziato nel 2017, scrivendo giusto l’introduzione per poi metterla da parte. La scrittura vera e propria è avvenuta in tre mesi, completando il manoscritto gli ultimi di ottobre del 2018.

Quale messaggio vuoi trasmettere con il tuo romanzo?

Bella domanda, sinceramente non me la sono mai posta. È difficile trovare la morale nei propri scritti, credo. Spesso mi accorgo di alcuni dettagli solo quando mi vengono spiegati dai lettori. Franco Toro un po’di critica sociale la fa. Una critica a una società sempre più edonistica e allo stesso tempo votata al successo, alla meritocrazia. Franco è l’agente, il vettore, adatto per trasmettere questo messaggio. È un uomo con tutti i successi che per consenso comune si crede siano tali: denaro, estetica, potere di persuasione. Forse quello che questo romanzo prova a dire è di rivalutare l’idea di successo, di cosa sia veramente e che non è il più alto bene a cui aspirare.

Prossimi impegni?

Attualmente sto lavorando a una raccolta di racconti brevi e a un romanzo in tedesco. I temi e le ambientazioni rimangono quelle abituali; tetre, oscure. Noireggianti. Diciamo che di luce ce ne sarà poca. Chi si aspetta un romanzo rosa, purtroppo rimarrà deluso.

Per concludere, quale messaggio vuoi lanciare ai lettori di Cherry Press?

Come scrittore non posso lasciare altro messaggio di quello che bisogna leggere, soprattutto in tempi di una prepotente disinformazione. Se per molti l’ignoranza è uno scudo per proteggersi da verità scomode, rimango convinto che conoscenza e cultura sono le uniche armi che abbiamo a disposizione contro la disgregazione sociale e per preservare la nostra libertà individuale.

Intervista a cura di Barbara Scardilli

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Redazione