Quante quotidiane battaglie nascono dall’orgoglio… “semplicemente” dall’orgoglio, per così dire. Ed è da questa base che si dipana, in un certo senso, una delle chiavi di lettura di questo disco firmato da FABE, all’anagrafe Fabio Rapisarda. Anche singolo di lancio a cui si associa un video: in bella mostra il suono indie, il rock classico, i cliché di forma… in bella mostra però la personalità, il romanticismo che a tratti diviene urbano e per lunghi tratti anche adolescenziale, magico di nostalgie come piace a me. Sono 5 le scritture inedite, storie di vita vissuta, misurata, storie che accarezzano questo malessere che si manifesta generalizzato. Un disco che alla fin dei conti somiglia un po’ a tutti noi…

Prima di tutto ci incuriosisce questo nome, decisamente controproducente per i riscontri mediatici… lo sai? Perché FABE?
Sì lo so, ma FABE mi ci chiamano gli amici, il panettiere sotto casa e persino il mio direttore di banca. FABE nasce dal connubio di due artisti che stimo molto, ovvero Fabrizio De André (Faber) e Fabrizo Moro (Fab), per me sono il mix perfetto, il primo ha scritto la storia della musica, il secondo invece è come un fratello maggiore, è una voce che fa bene all'anima.

Cos’è per te una guerra d’orgoglio?
È un grido di ascolto che proviene dall'anima, è una guerra interna, è qualcosa che scava nel profondo, è un passo verso la libertà e la pace, è una lotta tra caratteri che si scontrano ad oltranza, come tutte le guerre ha un inizio ed una fine ma al contrario delle altre non avrà mai un vincitore, c'è solo un ridimensionamento da ambo le parti e tanto tempo sprecato, ma forse è necessario per stabilire chi sei e come vuoi vivere la tua vita.

E perché di nuovo la dimensione di un EP? Oggi si torna pian piano a fare singoli come accadeva un tempo…?
Semplicemente perché l'orgoglio c'è in tutti e cinque i brani, questo è il mio libro è come tale è composto da capitoli, sono checkpoint della mia vita, cinque momenti che non dimenticherò mai, sono cinque tatuaggi sotto pelle.

FABE si sente più pop o più underground? Canzoni come “Molesta” strizzano l’occhio avvero tanto a forme classiche del pop italiano… non trovi?
Sicuramente underground, per sentirsi pop bisogna esserlo, vorrebbe dire che le sue canzoni le cantano tutti. "Molesta" quando ho finito di scriverla mi sapeva molto di Grignani/Antonacci, infatti avevo paura fosse un plagio, penso che sia leggera al punto giusto, prerogativa essenziale per fare musica pop di un certo tipo senza cadere nel banale.

Che c’è oltre la “Linea50”? Facendo le giuste metafore s’intende…
C'è la vita. "Linea50" mi ha insegnato che non siamo immortali è che siamo fatti di carne ed ossa per quanto sovente crediamo di essere invincibili, basta farsi un giro negli ospedali ed è lì che ho cominciato a scriverla. Una volta fuori da lì ho capito cosa volevo fare da grande.

Un prossimo video?
Presto, ho già qualche idea.

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Redazione