Questo 12 Novembre si apre con il nuovo disco dei Flares on Film dal titolo "About War, Love and Electricity" edito dalla LIFT Records. Disco di spiccati rimandi digitali agli anni ’90, tra melodie lente e cadenzate dentro bit industriali… senza per niente evitarsi suoni acustici, archi, chitarre e percussioni. Filiberto Petracca come colonna portante arricchito da Pino di Lenne e Marco Fischietti arrivano al terzo lavoro firmato Flares on Film, disco che in se porta una grande novità sulla scena indie italiana: si sta cercando di evitare il più possibile streaming gratuiti per l’ascolto e questo porterà non poche grane alla normalità delle cose. Certamente un segno davvero importante e non ci stupisce vista la profondità con cui si dipanano le pieghe e i messaggi dentro questo lavoro dal profumo internazionale. Alla rete il solo compito di restituirci “The Longest Distance”, il singolo di lancio impreziosito dal suo video ufficiale diretto da Luciano Parravicini. 
L’intero disco ovviamente possiamo trovarle presso gli store a pagamento e su Bandacamp a questo link: https://liftrecords2021.bandcamp.com/album/about-war-love-and-electricity

Nel singolo come nel disco: il qui ed ora regna sovrano o almeno così ci racconti. Posso chiederti a che tipo di necessità vuole rispondere?
Il qui e ora è l’esserci dell’esistenza autentica. Essere qui e consumare il presente, goderne dell’essenza, ma non ignorando il futuro, quanto piuttosto accettandone, quasi come una devozione, le inesorabili conseguenze. Questo è il senso di questo album. La necessità di questo disco, di questo mio momento, ma forse anche di questo momento storico è quella di fermarsi, rallentare, e presentificarsi come un avvitarsi all’esistenza. Lasciarsi riempire dal presente è una consuetudine quasi dimenticata. Ricordo un tempo in cui passavo e forse passavamo intere giornate ad ascoltare dischi e guardare il soffitto, fantasticavo, immaginavo, senza paure, come se ci fosse una fiducia nel futuro. Una fiducia data dall’assenza di fiducia, una cessazione di aspettative. Una fiducia piuttosto data come un solo atto di fede, non un futuro buono o cattivo, ma semplicemente l’essenza stessa dell’accadere futuribile diviene per sua natura di per sé un bene.

Oggi un nuovo disco che non troveremo dentro gli streaming tradizionali. Una scelta importante che ti chiederanno molti di giustificare: cosa rispondi?
La logica dello streaming di per sé credo che sia una buona idea, ma purtroppo fa sì che ognuno di noi diventi streaming stresso, uno streaming umano, un uomo flusso. Nel mare dell’onnipotenza dell’ascolto e della scelta nessuno sceglie per davvero. Come una sorta di vertigine il dramma dell’onnipotenza ci paralizza e il terrore di perderci qualcos’altro ci lascia impietriti al bivio. A quel punto l’unica cosa che resta da fare è lasciar scegliere qualcuno per noi. Ed è qui che nascono le playlist, gli ascolti consigliati e le scelte editoriali. Tutto questo chiaramente esiste da sempre, ma con forme diverse, e meno penetranti. Prima un amico ti regalava una cassetta, o un cd masterizzato di quelle che qui in Italia chiamiamo compilation, ed era per te, perché forse poteva piacerti. Qui c’erano di mezzo due persone. Oggi invece l’algoritmo sceglie per te in base ai tuoi gusti, e sono certo che quasi sempre ci azzecca, ma la verità è che ascolti sempre le stesse cose. L’algoritmo per costituzione non può osare, non può permettersi di pensare e di proporti qualcosa di veramente nuovo e distante dai tuoi gusti. Siamo tutti replicati. Bene, io, e con me moltissimi altri, non voglio appartenere a tutto questo. Non voglio far parte di questa macchina annulla persone. Non voglio disperdermi “come lacrime nella pioggia”. Voglio vedere “i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser”, e li voglio vedere tutti.

Eppure, prima si viveva così: secondo te, dunque, il progresso è sbagliato o cosa?
il progresso non può essere sbagliato, ma comporta inevitabilmente delle nuove scelte, delle nuove posizioni, la storia come azione.
Credo che lo streaming funzioni bene per un certo tipo di pubblico, un certo tipo di fruibilità del prodotto musicale. Come ieri, oggi e domani ci sarà sempre qualcuno che va alla ricerca, ed è ai cercatori che rivolgo la mia produzione, la mia voce.

Dietro i Flares on Film esiste una iconografia e una immagine priva di volto. L’identità non è messa in prima linea. Anche questo ci ha colpito. Posso chiederti il perché?
Premetto che non mi e ci nascondiamo. I Flares On Film non sono un progetto segreto o che gioca con l’identità, non sono Ziggy Stardust e nemmeno i Daft Punk. Il mio intento è di promuovere la musica, ciò che io come persona ho dentro. Sottraendomi dal focus come persona credo di lasciare l’ascoltatore libero di metterci ciò che vuole. Una voce senza volto ci lascia immaginare, è un’apertura. Se qualcuno ti passa un pezzo di pane e hai fame, lo prendi e lo mangi, non dovrebbe importarti chi te lo passa.

Bellissimo questo video… da dove nasce? Dove siamo di preciso?
Il video nasce dall’idea di rappresentare la domanda “il giorno più bello della mia vita è già passato o deve ancora arrivare?” che è il tema centrale del brano. Ho pensato che l’immagine più diretta per far arrivare questo concetto fosse un incontro, due persone che si cercano da sempre e che finalmente alla fine si incontrano. Tuttavia, il lieto fine di loro che finalmente si incontrano, avrebbe rotto la poesia della ricerca.  Sì, sono ossessionato dalla ricerca continua come pulsione vitale. Mi piacciono le domande aperte. Insomma, tornando al video, lui e lei alla fine non si incontrano e per di più per rendere le cose ancora più complicate, abbiamo cercato insieme al regista Luciano Parravicini di giocare con i due piani di realtà. Non è stato facile. Lui vaga per la città cercando lei, e lei è nella sua stanza aspettando lui, ma chi dei due è davvero reale? “Siamo come il sognatore che sogna e vive nel sogno. Ma chi è il sognatore?”. Dopo tutto alla fine del video, all’alba, lontano dalla distorsione della notte, lui è lì solo con i piedi nell’acqua che si guarda attorno, un nuovo giorno è all’orizzonte e la ricerca può ripartire. Forse solo lui è reale, ma non voglio dire altro. Vorrei lasciare chi lo guarda libero di interpretare e di scegliere la storia che preferisce.
Abbiamo scelto la notte e la città perché sono due cose a cui sono molto legato, e abbiamo scelto di girare per le strade di Bari cercando di non dare sempre quell’immaginario di città del sud tra pescatori, focacce e mare. Questa è una città che forse di notte diventa come tutte le altre, un luogo di ricerca e di spaesamento.

Condividi:

Redazione