È uscito Belli/e, il nuovo singolo di Diletta Fosso, e il brano si inserisce con naturalezza in una riflessione che attraversa il presente senza bisogno di toni perentori. Al centro della canzone c’è l’esperienza quotidiana dello sguardo digitale: immagini che scorrono, modelli che si ripetono, una narrazione dell’apparenza che sembra autosufficiente. Belli/e parte da lì, ma non si ferma alla superficie.
La scrittura del brano procede per contrasti misurati. Il linguaggio dei social, fatto di parole inglesi e riferimenti immediati, viene affiancato a immagini più intime, domestiche, quasi fuori campo. Non c’è un giudizio esplicito, né la volontà di offrire una chiave di lettura definitiva. La canzone preferisce suggerire una distanza, lasciare emergere una sensazione di scarto tra ciò che viene mostrato e ciò che resta invisibile.
Anche dal punto di vista musicale, Belli/e riflette questa scelta di equilibrio. La struttura pop è chiara e accessibile, ma l’arrangiamento evita soluzioni ridondanti. Il violoncello, elemento centrale nel percorso di Diletta Fosso, accompagna la voce con discrezione, diventando parte del racconto più che elemento di riconoscibilità immediata. Il ritornello si apre con naturalezza, senza rompere l’atmosfera costruita nelle strofe. Ecco la nostra intervista con Diletta.
Belli/e arriva dopo un periodo ricco di riconoscimenti importanti. Come vivi questo momento di esposizione crescente?
È un po’ come essere su una giostra: è emozionante, a tratti folle, ma non vorrei scendere. I premi e i riflettori sono bellissimi, però io resto quella in pigiama sul divano con il gatto e i testi scritti a mano. Cerco di tenermi stretta questa normalità e di ricordarmi che al centro non ci sono i numeri, ma le storie che canto.
Il secondo posto a NYCanta e la menzione al Lunezia hanno dato nuova visibilità al brano. Quanto incidono questi passaggi sul tuo modo di lavorare?
Sono mega boost di energia! Mi spingono a curare ancora di più ogni dettaglio, senza per forza inseguire la formula vincente a tavolino. Io parto sempre dall’idea che se la canzone non mi smuove la pancia, non funziona.
Continui a studiare e a formarti parallelamente all’attività artistica. Quanto è importante per te mantenere questo equilibrio?
Per me è fondamentale: senza scuola e conservatorio mi sentirei un po’ “in aria”, tipo aquilone senza filo. Il liceo, il conservatorio, i compiti, le prove, i live… è un tetris infinito. So che devo studiare tanto per migliorare, ma mi piace.
Nei tuoi testi parli spesso di libertà e accettazione. Pensi che la musica possa aiutare a costruire uno spazio di ascolto più inclusivo?
Sì, la musica è un posto che possono abitare tutti. Quando ti riconosci in un verso che parla delle tue emozioni, ti senti subito parte del tutto. Io sogno concerti e playlist che siano così: posti sicuri dove nessuno ti misura i like o la taglia dei jeans.
Il violoncello Alfred è una presenza costante nel tuo progetto. In che modo il rapporto con lo strumento è cambiato nel tempo?
All’inizio Alfred era lo strumento da studiare, adesso è il mio “partner in crime”. Prima pensavo a lui solo per gli esami, oggi lo porto nei pezzi pop, ci scrivo sopra, lo faccio parlare dove le parole non bastano. Più cresco, più capisco che non è un semplice oggetto sul palco, ma è ormai parte di me.
Se dovessi definire Belli/e con una parola che non compare nel testo, quale sceglieresti e perché?
Direi “ribellione”. Perché dietro il pop lucido e il gloss c’è un grande “no, grazie” ai filtri che ci vogliono tutti uguali. È una ribellione gentile, sì: ti ci fai una risata, canti il ritornello, ma forse inizi a guardarti allo specchio in modo diverso.
