Tra confessione e consapevolezza, Maila mette a nudo un sentimento universale: l’impotenza di fronte alla felicità irraggiungibile di chi si ama. In questa intervista per Cherry Press, l’artista ripercorre la scintilla creativa che ha trasformato la sofferenza in musica e il senso di liberazione che segue una verità finalmente condivisa.
“Ma che rumore fa” nasce da un dolore recente: qual è stata la scintilla che ti ha fatto capire che dovevi trasformarlo in musica?
Esattamente. Diciamo che ad un certo punto il dolore che stavo vivendo è stato talmente opprimente e soffocante che l’unico modo per sfogarmi era proprio quello di metterlo giù scritto in musica. Dovevo scrivere un brano ma io non riesco a scrivere se non ne sento l’esigenza all’interno della sfera della mia vita personale e delle mie emozioni. Quindi quando questa esigenza è arrivata ho capito che era il momento giusto per scrivere.
Nel brano racconti l’impotenza di non riuscire a “salvare” qualcuno. Quando hai capito che non possiamo sostituirci alle scelte degli altri?
Mi ci è voluto molto per capirlo e soprattutto l’ho compreso grazie ad un supporto psicologico anche se tutt’oggi mi viene ancora difficile riuscire ad accettare del tutto che a volte non possiamo salvare completamente chi amiamo.
C’è un verso che senti particolarmente tuo, che oggi ti rappresenta più di tutti?
Si. C’è un verso che rappresenta a pieno come mi sono sentita nei confronti di questa persona ed è questo: “vorrei toglierti tutto il male e ridisegnare i tuoi desideri qui”
Hai parlato di un momento quasi “confessionale” con Numb: quanto è importante per te la fiducia nel processo creativo?
Importantissima. Sono grata di avere trovato un’artista e un’autore così empatico con cui lavorare, una persona che sa capirmi, ascoltarmi e comprendere immediatamente cosa voglio trasmettere attraverso le canzoni che creiamo insieme.
Dopo aver pubblicato questa canzone, ti senti più leggera o più esposta?
Entrambe, ma più la prima. Mi sono liberata un po’ di un peso perché all’inizio non ne potevo parlare con nessuno perché mi chiudevo in me stessa. Quindi poter indirettamente raccontare la mia, la nostra storia al mondo intero è stato liberatorio.
