Tra musica, scrittura e ricerca sonora, Anastasia AnnieMore24 costruisce un percorso artistico che unisce mondi apparentemente lontani. Dalla formazione classica in Bielorussia al giornalismo televisivo musicale, fino alla scelta di reinventarsi in Italia come autrice e produttrice, il suo progetto “30 brani per 30 voci / Un bacio di fortuna” nasce come un lavoro corale che mette insieme linguaggi, identità e sensibilità differenti. Un viaggio che attraversa elettronica, dream pop, inserti sinfonici e canzone italiana, trasformando la musica in uno spazio di riflessione emotiva e collettiva. In questa intervista Anastasia AnnieMore24 racconta il rapporto con la parola, la scrittura come esperienza quasi “medianica” e la volontà di creare un progetto capace di unire artisti e pubblico attraverso temi universali e profondamente umani.
Anastasia può raccontare del suo legame con la musica iniziato fin dall'infanzia con lo studio del pianoforte in Bielorussia e di come, dopo una carriera nel giornalismo televisivo a Minsk, abbia ritrovato la sua vera vocazione creativa una volta trasferitasi in Italia.
In Bielorussia, come in gran parte dell’ex Unione Sovietica, la scuola di pianoforte era quasi un passaggio obbligato: molti bambini andavano alla scuola musicale, e io non ho fatto eccezione. I miei genitori mi hanno iscritta a sette anni di studi di pianoforte, è stata una loro scelta più che una mia, e all’inizio per me era soprattutto un dovere, non una vocazione.
Non mi sentivo particolarmente portata: non ero la “bambina prodigio”, al coro ero stonata e cantare il repertorio del coro non mi piaceva affatto, quindi avevo già capito che non avrei fatto la carriera musicale classica. Quello studio però è diventato una sfida personale: dimostrare a me stessa di riuscire ad arrivare in fondo, nonostante non mi venisse naturale.
Oggi sono profondamente grata ai miei genitori per quella “forzatura”: la scuola di musica mi ha dato disciplina, mi ha avvicinata alla teoria e alla storia della musica e, anche se i frutti sono arrivati molto più tardi, mi ha consegnato le basi che oggi mi permettono di lavorare con la musica con un’altra consapevolezza. È come se quel bagaglio, rimasto in silenzio per anni, aspettasse il momento giusto per tornare utile.
Da ragazza ho capito che ero più portata per la parola che per l’arte del suono, così ho studiato giornalismo e, dopo la laurea ho lavorato nella redazione musicale della televisione bielorussa. Raccontavo la musica degli altri, seguivo artisti, uscite, festival, usando il linguaggio dell’informazione e non quello della creazione artistica. Poi la situazione politica nel mio paese mi ha portata a una scelta radicale: emigrare, lasciare tutto e ricominciare da zero in Italia.
Arrivata qui ho dovuto reinventarmi completamente, come persona e come professionista. Eppure il destino, con i suoi giri lunghi, mi ha riportata proprio alla musica, ma in una forma nuova: non più solo oggetto dei miei servizi giornalistici, ma centro della mia vita creativa. La lingua italiana, con la sua musicalità, è diventata il luogo in cui le parole e i suoni hanno finalmente trovato un equilibrio mio, mentre la collaborazione con gli artisti italiani mi ha permesso di dare vita ai miei brani e farveli ascoltare.
Il tuo bagaglio musicale è
incredibilmente vasto e spazia dai classici russi come Čajkovskij e Šostakovič
fino a icone del pop e del rock come Björk, Mia Martini e i Pink Floyd. In che
modo riferimenti così distanti tra loro convivono nella tua scrittura?
Per me queste influenze non sono mai “in competizione” tra loro, ma sono come strati diversi di una stessa geologia emotiva: la scuola russa, da Čajkovskij a Šostakovič, mi ha insegnato la profondità, il dramma e l’idea di forma, mentre figure come Björk, Mia Martini, i Pink Floyd o l’Alan Parsons Project mi hanno aperto alla libertà, alla ricerca sonora e al rischio. Non cerco di copiarle, ma di farle dialogare: da una parte la struttura, dall’altra la possibilità di rompere quella struttura quando serve alla verità del brano.
Il cuore del mio lavoro è proprio questa tensione: unire
ciò che, in teoria, non dovrebbe stare insieme. Nei prossimi EP di “30 brani
per 30 voci / Un bacio di fortuna” troverete inserzioni sinfoniche, parti
strumentali interne a canzoni con la classica forma del brano italiano, che
però ospitano suoni elettronici e synth pop tipici del mondo discografico
internazionale. Mi interessa arrivare a un risultato volutamente insolito per
l’orecchio italiano su canzoni cantate in italiano, perché credo che la nostra
lingua possa abitare anche territori sonori considerati “non suoi”.
Mi piace invadere i “terreni sacri”: prendere generi opposti, metterli in contrasto nello stesso brano, decostruirli e poi ricomporli in un unico tessuto, in modo che l’ascoltatore riconosca qualcosa e allo stesso tempo si senta spiazzato. Voglio proporre brani con un sound inatteso, che possono piacere o meno ma non lasciano indifferenti: devono graffiare, attirare l’attenzione, fare pensare. Se una canzone scivola via come acqua, per me non ha senso; preferisco che resti come una piccola scheggia, anche scomoda.
L’EP “Un bacio di fortuna (Vol.
1)” è il primo capitolo di un progetto monumentale: "30 brani per 30
voci". Com'è nata l'idea di scrivere e produrre 30 inediti affidandoli a
interpreti diversi, come hai fatto in questo primo volume con voci come quella
di Sakuna nel singolo “Tu provieni da Marte”?
In questo percorso ogni artista che coinvolgo porta la propria esperienza, ogni studio di registrazione la propria firma sonora: lavorare con interpreti diversi e con realtà come Fabio Vaccaro, Mikorstudio o Giovanni Ferranti Music significa accettare che il progetto sia corale. Ma il mio compito è proprio non perdere la “bacchetta del direttore d’orchestra”: tenere insieme tutte queste voci, gusti e approcci sotto una direzione artistica chiara, che faccia riconoscere il mio mondo anche quando cambia la voce al microfono. Trovare persone che vogliono davvero fare arte è una delle parti più belle del viaggio, e mi considero fortunata: spesso abbiamo trovato un’unisono profondo, altre volte la sintonia non è stata completa, ma ho sempre cercato di arrivare a un punto in cui il brano potesse respirare nella sua forma migliore. Forse sarete proprio voi, ascoltando tutti e sei gli EP, a dirmi quali tra i 30 brani portano più forte quell’energia di unità e quali invece rivelano di più le frizioni e le differenze: anche questo per me fa parte della verità del progetto.
Dalla rilettura di parabole
orientali in “Samarra” alla metafora del viaggio interiore in “Viaggio”, fino
al tema del femminile in “Strega” e “Tu provieni da Marte”. Possiamo definire
questo lavoro come una sorta di "psicologia musicale" che esplora la
ricerca di senso nel vuoto contemporaneo?
Prima di arrivare all’italiano, però, ho attraversato un lungo percorso in russo: ho scritto circa cinquecento testi, ed è un processo quasi estatico, una forma di trance creativa. Spesso non capisco davvero come nascano certe righe, certe immagini, certi incastri di ritmo e significato: ho l’impressione di essere solo un tramite, come se qualcosa mi venisse dettato dall’alto. Capita che, rileggendomi a distanza di tempo, mi stupisca io stessa di aver scritto certi passaggi, e non ricordo i miei testi a memoria: ogni sessione di scrittura è come un sogno, un respiro profondo, poi “mi sveglio” e mi sorprendo di quello che è rimasto sulla pagina.
I testi in italiano di “Un bacio di fortuna” nascono proprio dall’adattamento e dalla trasformazione di quelle composizioni originarie in russo: questo mi ha permesso, in soli tre mesi, di arrivare a 30 brani senza perdere la densità emotiva del materiale di partenza. Se avessi iniziato tutto da zero in italiano, il processo sarebbe stato molto più lungo; così invece ho potuto concentrarmi sull’alchimia tra significato, suono e nuova lingua, cercando di non tradurre soltanto ma di ricreare. In questo senso la mia esperienza con due lingue molto diverse mi aiuta a trattare l’italiano come uno strumento musicale, non solo come un codice da rispettare.
Sono convinta che la canzone parta dal testo e che sia il testo a determinare ritmo, atmosfera, tonalità, scelta della voce e persino il genere. “Tu provieni da Marte” non potrebbe che suonare elettronico, con un’impronta più synth e spaziale, mentre “Sognare la luce” chiede naturalmente un dream‑pop minimale e arioso, e non un vestito rock o jazz. Il modo in cui le parole respirano sulla pagina mi indica già se servirà una produzione più rarefatta o più densa, se la voce dovrà essere vicina e sussurrata o potente e teatrale. Il mio lavoro sulle melodie nasce da lì: ascoltare cosa dice davvero il testo e costruire intorno a quella voce interiore una struttura musicale che non la tradisca.
Per me la canzone nasce sempre dalla parola: è il testo che genera tutto il resto, mai il contrario. La mia formazione giornalistica mi ha insegnato a rispettare il senso, il sottotesto, le sfumature emotive di ogni frase, e quando scrivo sento che la musica deve mettersi al servizio di quella verità, non coprirla. Scrivere in italiano, che è una lingua naturalmente musicale, significa ascoltare il ritmo interno delle parole, le vocali aperte, le consonanti dure o morbide, e lasciare che siano loro a suggerire tempo, melodia e accenti.
“Un bacio di fortuna (Vol. 1)” nasce da un’idea che all’inizio sembrava quasi impossibile, ma che per me era anche inevitabile.
Io non vengo dalla scena musicale italiana, e soprattutto non sono una cantante. Mi sono avvicinata a questo mondo da autrice e produttrice, e proprio questo sguardo esterno mi ha permesso di vedere dinamiche che forse dall’interno si danno per scontate. Ho capito subito che il settore ha tante criticità: da una parte ci sono pochi artisti dominanti, sostenuti dalle major e da grandi investimenti; dall’altra esiste una vastissima realtà di artisti emergenti — alcuni molto preparati, altri ancora acerbi — ma tutti con un sogno legittimo.
Ho osservato anche un’altra cosa importante: molti artisti non hanno brani inediti. La maggioranza lavora su cover, spesso in inglese, investendo tempo e risorse per essere notati. Però si muovono quasi sempre da soli, e così finiscono per rimanere invisibili. A un certo punto mi è diventato chiaro: oggi emergere individualmente è estremamente difficile. La concorrenza è altissima e il mercato è già in gran parte occupato.
Da lì è nata l’intuizione: forse l’unico modo per essere
davvero notati è fare un lavoro corale.
Così ho ideato il progetto “30 brani per 30 voci”: trenta
inediti affidati a trenta interpreti diversi, tutti artisti emergenti italiani.
Non volevo solo produrre musica, ma creare un sistema in cui più voci potessero
crescere insieme, sostenendosi a vicenda e dando più forza al progetto nel suo
complesso.
Ricordo molto bene quando ho parlato di questa idea a Fabio
Vaccaro, il musicista che poi ha arrangiato metà dei brani del progetto. Quando
gli ho detto che volevo produrre 30 canzoni, lui ha sorriso e mi ha detto
semplicemente: “Auguri!”. Lui conosceva già tutte le difficoltà del percorso,
mentre io forse ero ancora un po’ incosciente. Ma proprio quella incoscienza,
unita a una forte convinzione, mi ha permesso di andare avanti e realizzarlo.
Parallelamente, questo progetto vive anche in forma editoriale: sta per uscire il mio libro “Un bacio di fortuna”, che contiene i 30 testi dell’album insieme ai dati e ai contatti di tutti gli artisti coinvolti. È un’estensione naturale del progetto, perché rende visibile il lavoro di squadra che c’è dietro. Non è solo un’idea che parla di cambiamento: è un tentativo concreto di costruirlo.
Dopo aver scritto i testi, scelto le melodie e preparato le demo, è arrivata la parte più difficile in assoluto: trovare gli artisti.
Io sono straniera, non conoscevo nessuno nel settore, non avevo un portfolio di lavori già pubblicati, e l’italiano non è la mia lingua madre. L’unico strumento che avevo erano i social. Così è iniziata una vera e propria ricerca quotidiana.
Ci sono tantissimi artisti emergenti che pubblicano video mentre cantano. Io li ascoltavo uno per uno, cercando di capire quale voce potesse essere adatta a uno dei miei 30 brani. Era quasi un lavoro di “casting artistico” continuo. Scrivevo in direct, mandavo email. Non è stato semplice: molti non rispondevano, altri mi rispondevano con gentilezza ma rifiutavano perché impegnati o non interessati.
Altri ancora mi chiedevano un pagamento orario per registrare la voce. E lì ho capito quanto fosse diverso il mio approccio: io non stavo proponendo un lavoro “a prestazione”, ma una piccola rivoluzione. Un progetto corale, in cui si mette l’anima prima del guadagno. Pensare subito ai soldi, in questo caso, secondo me sarebbe stato un errore. Se il risultato riesce a emozionare, il resto arriva dopo.
C’è stato anche il tema dei contratti. Alcuni artisti avevano paura di firmare. E li capisco: ho scoperto che esistono finte etichette che propongono contratti poco chiari o addirittura truffaldini. Nel mio caso, il contratto serviva semplicemente per poter pubblicare legalmente i brani con le loro voci, non per “legare” gli artisti o controllarli. Io non mi sento una label nel senso tradizionale: sono un’autrice e produttrice, e voglio scrivere per artisti diversi, offrendo brani inediti e innovativi.
Il mio sogno è anche più ampio: creare musica italiana che possa suonare interessante anche per il pubblico internazionale. Che la lingua non sia un limite, ma una forza.
Durante questo percorso ho notato anche una certa tendenza all’individualismo. Molti artisti scelgono di muoversi da soli. Io invece ho puntato su un “moltiplicatore di 30”: ognuno sostiene l’altro, ognuno condivide il lavoro degli altri, e così la visibilità cresce per tutti. Non è una strada semplice, ma io credo davvero che insieme si possa vincere.
Per questo ho inserito anche una clausola nel progetto: l’idea, dopo l’uscita dei sei EP, è di realizzare un brano corale con tutti e 30 gli artisti. Un po’ come “We Are the World”, ma in italiano. Vedremo se riusciremo a farlo, ma è un obiettivo in cui credo molto.
Ho utilizzato anche piattaforme come Kleisma per cercare artisti. Anche lì ho ricevuto interesse iniziale, ma spesso le persone si tiravano indietro quando si parlava di contratto. Questo dimostra che c’è un problema reale di fiducia nel settore, ed è un peccato.
Poi però ci sono anche momenti che ti ripagano di tutto. Come quando Laura Festugato mi ha contattata lei per prima: è stata l’unica. Mi ha davvero sorpresa, e da lì è nato “Tulipani”, un brano che uscirà nei prossimi EP. È stata una collaborazione bellissima, naturale, e molto soddisfacente per entrambe.
Alla fine, sono rimasti con me 30 artisti che hanno creduto nel progetto. E io ho sentito una grande responsabilità: non deludere la loro fiducia. Con il tempo, il rapporto sta cambiando, si sta consolidando. C’è più dialogo, più collaborazione. Non è stato tutto lineare: alcuni si sono ritirati lungo il percorso, ma ho sempre cercato di risolvere le situazioni e andare avanti.
È stata fondamentale anche la collaborazione con tre artiste che prima cantavano solo in inglese: Stefania Avolio, Blue Klein e Sandrine Vaud. Loro lavorano su generi come folk ethereal, ambient pop e dream pop — molto diffusi all’estero, ma ancora poco esplorati in italiano. All’inizio erano convinte che cantare in italiano potesse togliere qualcosa alla loro musica, persino al suono della loro voce.
Sono felicissima che i miei brani abbiano dimostrato il contrario: si può, e si deve, sperimentare anche in italiano. E nei prossimi EP si sentirà chiaramente il risultato di questa ricerca.
Nei miei
brani io cerco di portare proprio temi universali, che possano essere indossati
da chiunque — anche da persone che oggi si trovano in conflitto tra loro. È una
cosa che mi ha colpito molto: persone che vivono in paesi opposti, in zone di
conflitto militare, hanno apprezzato i miei brani. Perché alla fine siamo tutti
esseri umani, con gli stessi sogni e bisogni.
Il mondo oggi è malato. I conflitti sono tanti, l'instabilità è evidente. La gente aspetta un ritorno a nuovi equilibri. E per trovare questi equilibri, bisogna puntare sull'elemento apollineo dell'animo umano: chiarezza, senso dell'armonia, bisogno di proporzione. È l'unico modo per contrastare il caos dionisiaco in cui stiamo scivolando.
I miei brani trattano appunto temi universali: "Frammenti", "Il tempo", "Sognare la luce", "TikTak", "Samarra"... ma anche situazioni più intime, che restano comunque universali, come "Lontano", "Postino", "Tango", "Sirena".
Psicologia musicale, sì, mi piace questa definizione. Sono d'accordo. Voglio che ognuno possa indossare i miei brani, farli propri, e usarli per esprimere concetti che con le parole sole sono difficili da dire. La musica, in questo senso, diventa uno strumento emotivo, quasi terapeutico.
Anastasia può raccontare del suo legame con la musica iniziato fin dall'infanzia con lo studio del pianoforte in Bielorussia e di come, dopo una carriera nel giornalismo televisivo a Minsk, abbia ritrovato la sua vera vocazione creativa una volta trasferitasi in Italia.
In Bielorussia, come in gran parte dell’ex Unione Sovietica, la scuola di pianoforte era quasi un passaggio obbligato: molti bambini andavano alla scuola musicale, e io non ho fatto eccezione. I miei genitori mi hanno iscritta a sette anni di studi di pianoforte, è stata una loro scelta più che una mia, e all’inizio per me era soprattutto un dovere, non una vocazione.
Non mi sentivo particolarmente portata: non ero la “bambina prodigio”, al coro ero stonata e cantare il repertorio del coro non mi piaceva affatto, quindi avevo già capito che non avrei fatto la carriera musicale classica. Quello studio però è diventato una sfida personale: dimostrare a me stessa di riuscire ad arrivare in fondo, nonostante non mi venisse naturale.
Oggi sono profondamente grata ai miei genitori per quella “forzatura”: la scuola di musica mi ha dato disciplina, mi ha avvicinata alla teoria e alla storia della musica e, anche se i frutti sono arrivati molto più tardi, mi ha consegnato le basi che oggi mi permettono di lavorare con la musica con un’altra consapevolezza. È come se quel bagaglio, rimasto in silenzio per anni, aspettasse il momento giusto per tornare utile.
Da ragazza ho capito che ero più portata per la parola che per l’arte del suono, così ho studiato giornalismo e, dopo la laurea ho lavorato nella redazione musicale della televisione bielorussa. Raccontavo la musica degli altri, seguivo artisti, uscite, festival, usando il linguaggio dell’informazione e non quello della creazione artistica. Poi la situazione politica nel mio paese mi ha portata a una scelta radicale: emigrare, lasciare tutto e ricominciare da zero in Italia.
Arrivata qui ho dovuto reinventarmi completamente, come persona e come professionista. Eppure il destino, con i suoi giri lunghi, mi ha riportata proprio alla musica, ma in una forma nuova: non più solo oggetto dei miei servizi giornalistici, ma centro della mia vita creativa. La lingua italiana, con la sua musicalità, è diventata il luogo in cui le parole e i suoni hanno finalmente trovato un equilibrio mio, mentre la collaborazione con gli artisti italiani mi ha permesso di dare vita ai miei brani e farveli ascoltare.
Per me queste influenze non sono mai “in competizione” tra loro, ma sono come strati diversi di una stessa geologia emotiva: la scuola russa, da Čajkovskij a Šostakovič, mi ha insegnato la profondità, il dramma e l’idea di forma, mentre figure come Björk, Mia Martini, i Pink Floyd o l’Alan Parsons Project mi hanno aperto alla libertà, alla ricerca sonora e al rischio. Non cerco di copiarle, ma di farle dialogare: da una parte la struttura, dall’altra la possibilità di rompere quella struttura quando serve alla verità del brano.
Mi piace invadere i “terreni sacri”: prendere generi opposti, metterli in contrasto nello stesso brano, decostruirli e poi ricomporli in un unico tessuto, in modo che l’ascoltatore riconosca qualcosa e allo stesso tempo si senta spiazzato. Voglio proporre brani con un sound inatteso, che possono piacere o meno ma non lasciano indifferenti: devono graffiare, attirare l’attenzione, fare pensare. Se una canzone scivola via come acqua, per me non ha senso; preferisco che resti come una piccola scheggia, anche scomoda.
In questo percorso ogni artista che coinvolgo porta la propria esperienza, ogni studio di registrazione la propria firma sonora: lavorare con interpreti diversi e con realtà come Fabio Vaccaro, Mikorstudio o Giovanni Ferranti Music significa accettare che il progetto sia corale. Ma il mio compito è proprio non perdere la “bacchetta del direttore d’orchestra”: tenere insieme tutte queste voci, gusti e approcci sotto una direzione artistica chiara, che faccia riconoscere il mio mondo anche quando cambia la voce al microfono. Trovare persone che vogliono davvero fare arte è una delle parti più belle del viaggio, e mi considero fortunata: spesso abbiamo trovato un’unisono profondo, altre volte la sintonia non è stata completa, ma ho sempre cercato di arrivare a un punto in cui il brano potesse respirare nella sua forma migliore. Forse sarete proprio voi, ascoltando tutti e sei gli EP, a dirmi quali tra i 30 brani portano più forte quell’energia di unità e quali invece rivelano di più le frizioni e le differenze: anche questo per me fa parte della verità del progetto.
Prima di arrivare all’italiano, però, ho attraversato un lungo percorso in russo: ho scritto circa cinquecento testi, ed è un processo quasi estatico, una forma di trance creativa. Spesso non capisco davvero come nascano certe righe, certe immagini, certi incastri di ritmo e significato: ho l’impressione di essere solo un tramite, come se qualcosa mi venisse dettato dall’alto. Capita che, rileggendomi a distanza di tempo, mi stupisca io stessa di aver scritto certi passaggi, e non ricordo i miei testi a memoria: ogni sessione di scrittura è come un sogno, un respiro profondo, poi “mi sveglio” e mi sorprendo di quello che è rimasto sulla pagina.
I testi in italiano di “Un bacio di fortuna” nascono proprio dall’adattamento e dalla trasformazione di quelle composizioni originarie in russo: questo mi ha permesso, in soli tre mesi, di arrivare a 30 brani senza perdere la densità emotiva del materiale di partenza. Se avessi iniziato tutto da zero in italiano, il processo sarebbe stato molto più lungo; così invece ho potuto concentrarmi sull’alchimia tra significato, suono e nuova lingua, cercando di non tradurre soltanto ma di ricreare. In questo senso la mia esperienza con due lingue molto diverse mi aiuta a trattare l’italiano come uno strumento musicale, non solo come un codice da rispettare.
Sono convinta che la canzone parta dal testo e che sia il testo a determinare ritmo, atmosfera, tonalità, scelta della voce e persino il genere. “Tu provieni da Marte” non potrebbe che suonare elettronico, con un’impronta più synth e spaziale, mentre “Sognare la luce” chiede naturalmente un dream‑pop minimale e arioso, e non un vestito rock o jazz. Il modo in cui le parole respirano sulla pagina mi indica già se servirà una produzione più rarefatta o più densa, se la voce dovrà essere vicina e sussurrata o potente e teatrale. Il mio lavoro sulle melodie nasce da lì: ascoltare cosa dice davvero il testo e costruire intorno a quella voce interiore una struttura musicale che non la tradisca.
Per me la canzone nasce sempre dalla parola: è il testo che genera tutto il resto, mai il contrario. La mia formazione giornalistica mi ha insegnato a rispettare il senso, il sottotesto, le sfumature emotive di ogni frase, e quando scrivo sento che la musica deve mettersi al servizio di quella verità, non coprirla. Scrivere in italiano, che è una lingua naturalmente musicale, significa ascoltare il ritmo interno delle parole, le vocali aperte, le consonanti dure o morbide, e lasciare che siano loro a suggerire tempo, melodia e accenti.
“Un bacio di fortuna (Vol. 1)” nasce da un’idea che all’inizio sembrava quasi impossibile, ma che per me era anche inevitabile.
Io non vengo dalla scena musicale italiana, e soprattutto non sono una cantante. Mi sono avvicinata a questo mondo da autrice e produttrice, e proprio questo sguardo esterno mi ha permesso di vedere dinamiche che forse dall’interno si danno per scontate. Ho capito subito che il settore ha tante criticità: da una parte ci sono pochi artisti dominanti, sostenuti dalle major e da grandi investimenti; dall’altra esiste una vastissima realtà di artisti emergenti — alcuni molto preparati, altri ancora acerbi — ma tutti con un sogno legittimo.
Ho osservato anche un’altra cosa importante: molti artisti non hanno brani inediti. La maggioranza lavora su cover, spesso in inglese, investendo tempo e risorse per essere notati. Però si muovono quasi sempre da soli, e così finiscono per rimanere invisibili. A un certo punto mi è diventato chiaro: oggi emergere individualmente è estremamente difficile. La concorrenza è altissima e il mercato è già in gran parte occupato.
Parallelamente, questo progetto vive anche in forma editoriale: sta per uscire il mio libro “Un bacio di fortuna”, che contiene i 30 testi dell’album insieme ai dati e ai contatti di tutti gli artisti coinvolti. È un’estensione naturale del progetto, perché rende visibile il lavoro di squadra che c’è dietro. Non è solo un’idea che parla di cambiamento: è un tentativo concreto di costruirlo.
Dopo aver scritto i testi, scelto le melodie e preparato le demo, è arrivata la parte più difficile in assoluto: trovare gli artisti.
Io sono straniera, non conoscevo nessuno nel settore, non avevo un portfolio di lavori già pubblicati, e l’italiano non è la mia lingua madre. L’unico strumento che avevo erano i social. Così è iniziata una vera e propria ricerca quotidiana.
Ci sono tantissimi artisti emergenti che pubblicano video mentre cantano. Io li ascoltavo uno per uno, cercando di capire quale voce potesse essere adatta a uno dei miei 30 brani. Era quasi un lavoro di “casting artistico” continuo. Scrivevo in direct, mandavo email. Non è stato semplice: molti non rispondevano, altri mi rispondevano con gentilezza ma rifiutavano perché impegnati o non interessati.
Altri ancora mi chiedevano un pagamento orario per registrare la voce. E lì ho capito quanto fosse diverso il mio approccio: io non stavo proponendo un lavoro “a prestazione”, ma una piccola rivoluzione. Un progetto corale, in cui si mette l’anima prima del guadagno. Pensare subito ai soldi, in questo caso, secondo me sarebbe stato un errore. Se il risultato riesce a emozionare, il resto arriva dopo.
C’è stato anche il tema dei contratti. Alcuni artisti avevano paura di firmare. E li capisco: ho scoperto che esistono finte etichette che propongono contratti poco chiari o addirittura truffaldini. Nel mio caso, il contratto serviva semplicemente per poter pubblicare legalmente i brani con le loro voci, non per “legare” gli artisti o controllarli. Io non mi sento una label nel senso tradizionale: sono un’autrice e produttrice, e voglio scrivere per artisti diversi, offrendo brani inediti e innovativi.
Il mio sogno è anche più ampio: creare musica italiana che possa suonare interessante anche per il pubblico internazionale. Che la lingua non sia un limite, ma una forza.
Durante questo percorso ho notato anche una certa tendenza all’individualismo. Molti artisti scelgono di muoversi da soli. Io invece ho puntato su un “moltiplicatore di 30”: ognuno sostiene l’altro, ognuno condivide il lavoro degli altri, e così la visibilità cresce per tutti. Non è una strada semplice, ma io credo davvero che insieme si possa vincere.
Per questo ho inserito anche una clausola nel progetto: l’idea, dopo l’uscita dei sei EP, è di realizzare un brano corale con tutti e 30 gli artisti. Un po’ come “We Are the World”, ma in italiano. Vedremo se riusciremo a farlo, ma è un obiettivo in cui credo molto.
Ho utilizzato anche piattaforme come Kleisma per cercare artisti. Anche lì ho ricevuto interesse iniziale, ma spesso le persone si tiravano indietro quando si parlava di contratto. Questo dimostra che c’è un problema reale di fiducia nel settore, ed è un peccato.
Poi però ci sono anche momenti che ti ripagano di tutto. Come quando Laura Festugato mi ha contattata lei per prima: è stata l’unica. Mi ha davvero sorpresa, e da lì è nato “Tulipani”, un brano che uscirà nei prossimi EP. È stata una collaborazione bellissima, naturale, e molto soddisfacente per entrambe.
Alla fine, sono rimasti con me 30 artisti che hanno creduto nel progetto. E io ho sentito una grande responsabilità: non deludere la loro fiducia. Con il tempo, il rapporto sta cambiando, si sta consolidando. C’è più dialogo, più collaborazione. Non è stato tutto lineare: alcuni si sono ritirati lungo il percorso, ma ho sempre cercato di risolvere le situazioni e andare avanti.
È stata fondamentale anche la collaborazione con tre artiste che prima cantavano solo in inglese: Stefania Avolio, Blue Klein e Sandrine Vaud. Loro lavorano su generi come folk ethereal, ambient pop e dream pop — molto diffusi all’estero, ma ancora poco esplorati in italiano. All’inizio erano convinte che cantare in italiano potesse togliere qualcosa alla loro musica, persino al suono della loro voce.
Sono felicissima che i miei brani abbiano dimostrato il contrario: si può, e si deve, sperimentare anche in italiano. E nei prossimi EP si sentirà chiaramente il risultato di questa ricerca.
Il mondo oggi è malato. I conflitti sono tanti, l'instabilità è evidente. La gente aspetta un ritorno a nuovi equilibri. E per trovare questi equilibri, bisogna puntare sull'elemento apollineo dell'animo umano: chiarezza, senso dell'armonia, bisogno di proporzione. È l'unico modo per contrastare il caos dionisiaco in cui stiamo scivolando.
I miei brani trattano appunto temi universali: "Frammenti", "Il tempo", "Sognare la luce", "TikTak", "Samarra"... ma anche situazioni più intime, che restano comunque universali, come "Lontano", "Postino", "Tango", "Sirena".
Psicologia musicale, sì, mi piace questa definizione. Sono d'accordo. Voglio che ognuno possa indossare i miei brani, farli propri, e usarli per esprimere concetti che con le parole sole sono difficili da dire. La musica, in questo senso, diventa uno strumento emotivo, quasi terapeutico.
Grazie per la disponibilità.
Lascio a te qualche riga per lanciare un messaggio ai lettori di Cherry Press!
Vi invito a entrare in questo viaggio con me. Ascoltate tutti e sei gli EP che usciranno nei
prossimi mesi, a distanza di due mesi l'uno dall'altro. Ogni EP è un mondo: 5
brani, 5 voci, 5 anime diverse che si incontrano.
Seguitemi su Instagram, YouTube e TikTok, perché questo progetto non finisce con l'ascolto. Condividerò con voi il dietro le quinte: il processo creativo, le scelte di produzione, le storie dei musicisti e degli artisti che hanno creduto in questa visione. Usciranno 30 videoclip, uno per ogni brano — 30 mondi visivi da esplorare.
Ma c'è una cosa che conta più di tutto: prendete questi brani e fateli vostri. Usateli per raccontare le vostre storie, per dare voce a ciò che non riuscite a dire. Portateli con voi nei momenti di tristezza, quando avete bisogno di compagnia, e nei momenti di gioia, quando volete amplificare la bellezza.
La musica non esiste davvero finché non incontra qualcuno che la sente. Finché non diventa parte della vostra vita.
Seguitemi. Camminate con noi. E rendiamo questo sogno vivo insieme
Seguitemi su Instagram, YouTube e TikTok, perché questo progetto non finisce con l'ascolto. Condividerò con voi il dietro le quinte: il processo creativo, le scelte di produzione, le storie dei musicisti e degli artisti che hanno creduto in questa visione. Usciranno 30 videoclip, uno per ogni brano — 30 mondi visivi da esplorare.
Ma c'è una cosa che conta più di tutto: prendete questi brani e fateli vostri. Usateli per raccontare le vostre storie, per dare voce a ciò che non riuscite a dire. Portateli con voi nei momenti di tristezza, quando avete bisogno di compagnia, e nei momenti di gioia, quando volete amplificare la bellezza.
La musica non esiste davvero finché non incontra qualcuno che la sente. Finché non diventa parte della vostra vita.
Seguitemi. Camminate con noi. E rendiamo questo sogno vivo insieme
