Plastica, è il nuovo singolo di Giuseppe Miccoli, prodotto da Guido Guglielminetti: la denuncia sociale incontra una dimensione profondamente poetica e cinematografica. Il brano attraversa periferie urbane, discariche, mari contaminati e solitudini interiori costruendo un racconto dove la plastica diventa simbolo di alienazione, consumo e fragilità umana. Al centro della canzone ritorna continuamente il mare, elemento che collega tutte le storie narrate e che rappresenta allo stesso tempo memoria, bellezza e possibilità di rinascita.
Attraverso immagini intense e visive, Miccoli costruisce una narrazione sospesa tra realtà concreta e suggestione onirica, mantenendo sempre un forte equilibrio emotivo. Anche la componente musicale contribuisce a creare questa atmosfera: il lavoro condiviso con Guido Guglielminetti, insieme al pianoforte di Carlo Gaudiello e alla batteria di Elio Rivagli, accompagna il brano verso sonorità malinconiche e profonde, influenzate anche dall’immaginario distopico di Blade Runner e della narrativa di Philip K. Dick.
In questa intervista Giuseppe Miccoli approfondisce il significato simbolico del mare, il rapporto tra musica e immagini, la scrittura del brano e il bisogno di raccontare la solitudine contemporanea attraverso storie concrete e universali.
In Plastica il mare ritorna continuamente come simbolo centrale. Che significato assume all’interno della canzone e perché hai scelto proprio questo elemento come punto di unione tra le varie storie?
Anche la cover realizzata da Nedeljko Bajalica va in questa direzione: il mare sommerso, la tartaruga, il pianoforte, i relitti… sono immagini che raccontano un’umanità sospesa tra bellezza e rovina.
Il testo alterna scene molto dure a momenti di forte delicatezza emotiva. Come lavori sul linguaggio per evitare sia il sentimentalismo sia l’eccesso di crudezza?
Mi interessa una scrittura che abbia qualcosa di cinematografico e letterario insieme: immagini semplici ma dense, quasi da realismo poetico. In fondo anche nella letteratura di autori come ad esempio Pier Paolo Pasolini la durezza convive spesso con una forma di tenerezza e di umanità. È una tensione che cerco anche nelle canzoni.
La collaborazione con Guido Guglielminetti prosegue ormai da tempo: che cosa ti ha lasciato artisticamente questo percorso condiviso?
Guido ha una sensibilità rara: riesce a capire quando una canzone ha bisogno di spazio e quando invece deve crescere emotivamente. Io con gratitudine cerco di imparare tutto il possibile. Ebbene si impara ad ascoltare. Mi piace ad esempio come il suo basso dialoghi con la batteria di Elio Rivagli e la tensione che ne deriva. Siamo molto soddisfatti entrambi dall’atmosfera creata dalla chitarra elettrica.
L’immagine della “donna di plastica” nell’ultima parte del brano introduce una riflessione anche sull’alienazione contemporanea. Quanto c’è di autobiografico o personale in questa chiusura?
Di autobiografico nulla. Ci sono però delle paure oppure delle sofferenze che vedo negli altri. La frase “non distinguo una lattina da una donna di plastica” nasce da questa inquietudine. Mi interessava raccontare un mondo dove anche i rapporti umani rischiano di diventare sintetici. In questo senso dentro il brano c’è anche l’influenza di Blade Runner, dove i personaggi cercano disperatamente qualcosa di umano e di naturale, in una realtà sempre più artificiale.
Plastica affronta temi universali ma lo fa attraverso storie molto precise e concrete. Quando scrivi parti prima dalle immagini o dalle emozioni che vuoi trasmettere?
Nel caso di Plastica vedevo chiaramente il bambino tra le discariche, il chopchilar-barbone che cammina nelle salite di Istanbul, il delfino nel mare sporco e la tristezza e la malinconia venivano fuori. Non sono cose dissociate. E’ il potere della canzone. Musica e parole. Ne è venuta fuori una canzone in cui la plastica fa da sfondo alla solitudine contemporanea e la ricerca disperata di qualcosa di autentico.
