Il video si apre come un film muto. I cartelli d'epoca in bianco e nero introducono la storia con il titolo La pista ciclabile (The Bike Lane) - A Ragtime Symphonic Journey, libera citazione del corto Neighbors del 1920, e il pianoforte rallentato e le voci graffiate di un grammofono accompagnano il suono della catena di una bicicletta. Il bianco e nero si alterna al colore, e il viaggio in bici diventa una metafora esistenziale in equilibrio tra ironia e leggerezza.
Il percorso è pieno di citazioni. Ci sono inquadrature riprese da Sherlock Jr. di Buster Keaton, un jazz club anni Venti dove il protagonista canta accompagnato da tre coriste in stile Trio Lescano, e un finale che il comunicato accosta a Igor Stravinskij: la musica si trasforma in un caos ordinato, i percorsi sullo schermo si moltiplicano, poi il protagonista si ferma, guarda in camera con l'impassibilità di Keaton e chiude il sipario sul cartello The End.
Giornate a righe è uscito il 22 luglio, dopo una gestazione di dieci anni tra l'Italia e il Regno Unito. Leo ha scritto i testi, Ferrari la musica e gli arrangiamenti. Le nove tracce stanno tra canzone d'autore, jazz e musica da camera, con il pianoforte di Ferrari al centro e gli archi dell'Ondanueve String Quartet. Il contrabbasso è di Edoardo Bombace, la batteria di Massimo Di Cristofaro. I testi sono ironici e a tratti surreali, e nel disco Leo mette dubbi esistenziali, lavoro, il rapporto padre-figlia e il rifiuto di uniformarsi a una società che corre a vuoto.
Ilario Ferrari vive a Londra ed è un nome della scena jazz britannica, con il suo trio ha pubblicato Childhood Memories e Above the Clouds, quest'ultimo passato anche su BBC Radio 3 e Jazz FM. Il disco è registrato alla Groove Farm di Roma, mixato e masterizzato da Eugenio Vatta, con le illustrazioni di Martina Salvaterra.
Hai definito la pista ciclabile non solo come un percorso urbano, ma come una "traiettoria mentale" tra il mettersi in scia e il trovare una propria corsia. Da quale esigenza personale nasce questa riflessione?
È un'esigenza personale che nasce dall'attrito quotidiano tra l'omologazione — il mettersi in scia, fare ciò che fanno tutti per fare meno fatica e non rischiare — e il bisogno viscerale di trovare una propria andatura personale. Trovare il proprio passo, anche quando la strada è dissestata, dissestante, piena di buche e solitaria, se non altro per evitare di «rotolarsi sul cemento».
Per dirlo con una citazione apocrifa di Zerocalcare che mi sono divertito a inventare per spiegare il disco (il giorno della release su Spotify non sapevo proprio cosa scrivere: era già tutto dentro le canzoni, ma qualcosa sui social andava pur detto):
«Ecco, la vita media è ’sta roba qua: binari fissi, scadenze, e l'ansia che se non spunti tutte le caselline sulla lista delle cose da fa', praticamente fallisci come essere umano. È la colonna sonora per tutti quelli che cercano de non impazzì dentro al tritacarne de tutti i giorni. Per chi ogni tanto decide de mandà tutto a puttane, butta le matite per aria, pija la bicicletta e va a perdersi sulla ciclabile pure se c'è il fango e le pantegane».
Insomma, è la metafora perfetta della vita adulta: cercare un equilibrio instabile e continuare a pedalare su strade imperfette, sospesi tra la routine e l'imprevisto.
Nel video compaiono elementi simbolici come il contrasto tra sandali e scarpe chiuse, oltre a personaggi presi da altri brani dell'album (il rospo di Nove Nove, gli androidi di AIKO). Come si collegano questi tasselli all'interno del mosaico di Giornate a righe?
Giornate a Righe è un concept album a tutti gli effetti: gli elementi sonori, testuali e visivi funzionano come vasi comunicanti. È una sorta di condominio animato, popolato da figure che raccontano storie, si incrociano, interagiscono ed evolvono.
Le scarpe chiuse rappresentano la prudenza metodica, le paure, le armature che ci costruiamo addosso; mi appartengono intimamente, sono io il primo a portare scarpe chiuse per timore di inciampare. I sandali incarnano invece il desiderio di apertura e di libertà verso il mondo, oltre a essere un omaggio dichiarato ai "sandali" di Paolo Conte. Il rospo di Nove Nove e gli androidi di AI-KO sono le nostre paranoie quotidiane, i fantasmi della contemporaneità che popolano il paesaggio: sono nati originariamente dalle tavole di Martina Salvaterra per l'artwork dell'album e da lì hanno cominciato a colonizzare l'immaginario dei videoclip animati da Marco Valensise.
Sto già scrivendo il secondo cortometraggio animato del progetto: le scarpe chiuse resteranno, ma l'animazione accoglierà una nuova calzatura che ha già fatto la sua apparizione nel mondo reale. Qualche giorno fa, alla Festa del Cinema di Roma, ho scelto di calpestare il red carpet della prima di “Contemporaneo” di cui ho curato il missaggio, non con scarpe di gala noleggiate per l'occasione, ma con le mie fedeli Vans da lavoro in studio: l'antieroe con i piedi per terra. Quell'andatura sgangherata e concreta mi è piaciuta così tanto che ho deciso di farla indossare al protagonista del prossimo video, alternandola all'immaginario delle All Stars blu. Il rospo e l'androide di AI-KO — che sbucavano dal sipario nel finale de La pista ciclabile — saranno invece i protagonisti di una vera e propria scena post-credit. Non sono semplici giochi di autocompiacimento, ma i tasselli di un intertesto narrativo, un filo sottile che alimenta e fa mutare l'intero universo del disco.
Tra i vari cammei del video spicca quello di Gino Bartali che sorpassa il protagonista. Che valore ha per te la figura di Bartali e cosa rappresenta il suo "non risparmiarsi mai" nella società d'oggi?
L'inserimento di Bartali sulla pista ciclabile è prima di tutto un tributo al ciclismo epico e alla poetica cantautorale di Paolo Conte. Ma la sua presenza non è affatto casuale: è una lente d'ingrandimento sull'esistenza contemporanea.
Oggi la società insegue costantemente la scorciatoia, il risultato istantaneo a costo zero, una sorta di risparmio energetico ed emotivo generalizzato. Bartali che pedala sotto la pioggia battente, fuma la sua sigaretta e suda sulle pendenze più dure incarna l'etica della fatica: il coraggio di sporcarsi le mani e di non indietreggiare quando la salita si fa ripida. È un antieroe terreno che sa prendersi i propri tempi e ripartire senza l'angoscia di cadere. Mi ha sempre affascinato l'aneddoto storico delle sue fumatine durante le corse: si concedeva un momento per "rompere il fiato", sfidando le convenzioni e prendendosi gioco dei meccanismi rigidi delle competizioni sportive. Nel nostro video rappresenta proprio questo: lo scarto imprevedibile che rompe la monotonia e ti spinge a continuare a pedalare.
Dai palchi del circuito rock romano e di Rock Targato Italia fino alle aule del Cine-TV dove insegni ai futuri tecnici del suono: come è cambiata negli anni la tua urgenza espressiva?
Agli inizi, sui palchi del rock con i VST, l'urgenza espressiva era pura energia d'impatto: lo sfogo, la pancia, il muro di decibel. Con il passare degli anni, attraverso il lavoro meticoloso in studio di registrazione e l'insegnamento, quell'urgenza ha cambiato pelle: è diventata "architettura".
Non si tratta più di gridare per farsi notare, ma di trovare l'emissione vocale esatta, la messa a fuoco millimetrica. Significa togliere peso — passare dall'ossessione per i rullanti pesanti a tutti i costi a una ricerca dinamica raffinata, riscoprendo quella leggerezza calviniana che agisce per sottrazione — e trasmettere un metodo rigoroso. L'insegnamento quotidiano al Cine-TV è una palestra formidabile: ti costringe a rimetterti costantemente in discussione davanti a ragazzi di meno di vent'anni che percepiscono e ascoltano il mondo con coordinate e orecchie totalmente diverse dalle tue. L'urgenza resta intatta nella sostanza; muta semplicemente la forma, attraversando tempi e spazi nuovi.
Essere un artista eclettico e multidisciplinare oggi significa spesso muoversi "in controtendenza". Qual è il messaggio principale che speri arrivi a chi ascolta La pista ciclabile e si imbatte nel suo videoclip?
Il messaggio immediato è: non abbiate paura di procedere a passo d'uomo. Rallentare la corsa non significa perdere terreno o fallire, ma riappropriarsi della vista sul paesaggio. È la rivendicazione del diritto a non farsi schiacciare dagli algoritmi, che vorrebbero vederci tutti incolonnati sulla medesima corsia d'accelerazione.
In realtà, questo è un significato che estrapolo a posteriori riascoltando il brano; quando mi metto a scrivere non parto mai con l'intenzione politica o pedagogica di lanciare messaggi a tavolino, né con la velleità di andare controcorrente per posa. Seguo un flusso visivo, racconto una storia e lascio che chi ascolta ci trovi la propria chiave. Se proprio devo indicare un invito, direi questo: entrate in sala, spegnete il rumore di fondo per quattro minuti e mezzo e godetevi il film, anzi il videoclip.
Ora che La pista ciclabile è allo scoperto insieme al suo cortometraggio, quali saranno i prossimi passi per portare la dimensione visiva e sonora di Giornate a righe dal vivo?
Giornate a Righe avrà presto una nuova estensione visiva: un secondo cortometraggio animato le cui atmosfere spazieranno dall'impatto grafico del graphic novel di Frank Miller a icone pop come certi elementi visivi di Enjoy the Silence dei Depeche Mode e per ora mantengo il riserbo sul resto.
Portare un disco con questa densità sul palco è una sfida complessa e stimolante. C'è un'architettura acustica importante da preservare, costruita sul dialogo tra il pianoforte di Ilario Ferrari, gli archi, il contrabbasso e il sound design. L'obiettivo non è un concerto canonico, ma un dispositivo scenico che fonda la musica da camera e la canzone teatrale con le immagini d'autore: le animazioni di Marco Valensise e le illustrazioni di Martina Salvaterra proiettate per ciascun brano. Stiamo individuando gli spazi ideali per questo tipo di fruizione: teatri, club d'essai, rassegne che privilegiano l'ascolto attento. Senza escludere formule più agili ed essenzialmente acustiche, perché il contatto vivo e non mediato con il pubblico resta insostituibile.
Parallelamente, il percorso continua sul foglio bianco. La tracklist del prossimo album è già definita: esplora territori sonori differenti e si muove su un'operazione metanarrativa insolita, che oltre a proporre nuove canzoni ne svela all'ascoltatore l'origine e la genesi, configurandosi come il sequel ideale di questo primo viaggio.
