“Linea Burns” è certamente un progetto che non può esaurirsi dietro la semplice fruizione del suono di questi 12 inediti strumentali, piccole suite di visioni urbane e anacronistiche che ho trovato come fossero foriere di equilibri in realtà parallele tutt’altro che coerenti col qui ed ora, a spasso per colori, tempi, geografie e  strani modi di stare al mondo. Gianluca D’Ingecco, in arte D.In.Ge.Cc.O., firma la pubblicazione di un lavoro intenso che non ha vie di uscite e soluzioni facili. Immersione prima ancora che giudizio. Ed è vietato rubare altro tempo e spazio alla grandiosa intervista che segue. 

Mi colpisce davvero tanto questo suono, questo disco… ed il suo titolo. Non riesco ad immaginarmi un filo conduttore. Ce lo racconti?
Ti ringrazio perché hai parlato di suono. In fondo è tra gli aspetti che ho curato di più nella realizzazione di “Linear Burns”. La ricerca di un suono che possa caratterizzare uno stile è sempre stata una delle prerogative che mi sono dato nel fare musica. E credo che sia innanzitutto il primo filo conduttore del disco. In fondo tutta la musica elettronica nasce con questa prerogativa. Avere a disposizione delle strumentazioni capaci di manipolare il suono, creando, spesso, qualcosa di completamente nuovo agli orecchi di chi ascolta, è una possibilità tutta moderna e contemporanea che ha visto, grazie alla tecnologia, la nascita di nuovissimi orizzonti. Mai come con la musica elettronica il genere umano è stato capace di creare dei suoni, ex novo, con una possibilità infinita di variazioni e scelte stilistiche. Credo quindi che sia questo il filo conduttore principale non solo dei pezzi di “Linear Burns” ma anche di tutte le mie produzioni precedenti. Un suono riconoscibile aldilà della forma che può avere un brano piuttosto che un altro. L’altro elemento, l’altro filo conduttore è la struttura compositiva, o meglio la trasposizione in musica di un certo immaginario musicale creato dall’utilizzo di determinate soluzioni armoniche, ritmiche e melodiche. Il mio mondo interiore insomma, che cerca di essere rappresentato in musica. Questo è un altro elemento che caratterizza il mio stile e che, a detta di molti, lo rende subito riconoscibile. E’ una delle cose più importanti che credo di essere riuscito a realizzare come creativo e, certamente, è anche una delle cose più difficili da realizzare, nel breve periodo, per qualsiasi musicista. Avere un proprio stile, aldilà della forma che può prendere una canzone, del genere musicale a cui fa riferimento, la ritengo una delle mie più grandi conquiste come musicista.
Un’altra aspetto che può essere individuato come filo conduttore di Linear Burns è sicuramente lo scenario che ha voluto raccontare. Dodici brani, oggi, per più di un’ora di musica, sembrano davvero tanti ma erano necessari e nulla è stato lascito al caso. Ognuno di essi è una trasfigurazione di vita vissuta. Riflessioni sul mondo che ci circonda, la vita che stiamo vivendo, la società che abbiamo costruito e la visione di ipotetiche vie di fuga e soluzioni alle tante contraddizioni ed agli strani malesseri che ci logorano. Ho tentato di rappresentare in musica una visione di un diverso mondo possibile. Credo che ciò rappresenti l’altro principale filo conduttore e la chiave di lettura di un lavoro per molti aspetti intimista, a tratti edonistico, ma che ha sempre cercato di osservare attentamente il mondo contemporaneo in cui vivo.  

Un disco impegnativo anche per contenuti sonori, visioni… una marea di dettagli… nella distrazione perenne di oggi, secondo te come sarà recepito l’ascolto di un disco così libera di essere interpretato?
Credo che questa libertà d’interpretazione sia proprio uno dei punti di forza di questo lavoro. Quando si crea qualcosa che si vuole destinare anche ad un pubblico che è “altro” da te, si sceglie di abbandonare una propria creatura e di “gettarla” nel mondo. Un po’ come un figlio che si è fatto grande e che deve andare a vivere da solo. A quel punto quel determinato lavoro, che è nato in un certo modo, che hai voluto modellare in un certo modo, prende una strada tutta sua ed è come se venisse, poi, plasmato dal modo in cui viene recepito dagli altri. Tutto questo non può che arricchirlo e farlo vivere di vita propria. Quando senti alcuni giudizi o leggi recensioni o semplicemente un parere di un amico che ha ascoltato il disco, ti rendo conto che, in realtà, ci sono molteplici interpretazioni e molteplici aspetti che prendono vita in delle sfaccettature che, magari, non avresti mai pensato di poter vedere rappresentate nei tuoi brani, per come li avevi concepiti all’inizio, ma che poi, ti rendi conto, che esistono davvero e convivono con la tua rappresentazione originaria. Questa è una cosa che mi affascina molto perché significa che il tuo lavoro è riuscito ad aprire delle finestre sull’immaginario altrui, finestre che riescono, agli orecchi di un buon ascoltatore, a spalancare la visione su molteplici panorami. Questa la ritengo una cosa molto appagante per ogni creativo. Il fatto che poi, il disco, anche volutamente, abbia voluto fornire una varietà di visioni e libertà interpretative, è chiaro che alimenta questa teoria. Era uno dei miei obiettivi. Ho sempre odiato le gabbie concettuali, soprattutto quando si parla di creatività. Tuttavia non credo che “Linear Burns” sia un disco per così dire, così impegnativo proprio perché si sviluppa, volutamente, su delle strutture compositive piuttosto lineari, ciascuna dotata di una sua identità e personalità pur rimanendo fedele ai fili conduttori di cui parlavamo all’inizio. In fondo è un disco che vuole essere piacevole all’ascolto, che può essere interpretato ed ascoltato sotto diversi punti di vista e che credo sia in grado, innanzitutto, di coinvolgere l’ascoltatore a livello emotivo che è stato sempre il mio primo obiettivo come musicista.

Ho anche trovato derive di stile, a spasso tra geografia e tempo… più Berlino che New York… ma non so cosa ne pensi…
Se per derive di stile intendi virate improvvise tra generi musicali appartenenti all’ampio universo della musica elettronica, allora hai ascoltato bene e condivido quello che hai percepito. Sono presenti anche all’interno di singole tracce per una scelta stilistica di fondo che richiama quel concetto di libertà espressiva di cui parlavamo prima. Questa alterno percorso non significa però anarchia espressiva assoluta.  Credo che ci sia una coerenza di fondo in questo viaggio nel tempo e nei luoghi, tra stili ed epoche differenti, che comunque vengono sempre rivisitati è ritrasmessi con un linguaggio contemporaneo e personale. In fondo come diceva Andy Warlow, tutta la creatività del futuro sarà, per forza di cose, citazionista. Ma nel mio caso non si tratta mai di un citazionismo fine a se stesso e radicali o semplicemente un po’ snob. L’operazione che ho cercato di fare è quella di partire dal passato per cercare di andare verso il futuro ovvero quella di ristrutturare diversi stili e modi di fare musica elettronica che hanno trovato espressione nel corso degli ultimi decenni, manipolandoli e rendendoli nuovi, inediti. 
In un brano piuttosto che in un altro ho creduto fosse magari più efficace la house music degli esordi, di Chicago e Knuckles, mentre per altri la Berlino contemporanea e quella dell’elettronica degli anni 70 per descrivere, magari, altre suggestioni; ma ci sono anche richiami alla disco music francese di fine anni 90 e inizio 2000 come anche per l’elettronica d’autore italiana da Berio a Maderna o la musica elettronica giapponese. Ho seguito il mio istinto cercando sempre di trovare il linguaggio di partenza giusto per rappresentare ciò che volevo. Un linguaggio di partenza appunto, il punto di arrivo si è dimostrato essere, poi, tutt’altra cosa. In ogni caso non ci sono richiami solo alla musica elettronica in linear burn ma anche a molta world music.  La musica haitiana, afro, jazz, e anche quella classica per esempio. I campionamenti che spesso ho inserito nelle varie composizioni, sono frutto di un altrettanto accurata ricerca. Il canto dei gabbiani, i rumori delle strade metropolitane, le grida ad una festa in strada, i rumori di un party privato a Manatthan, le suggestioni delle ritmiche sud americane come in gloryduMM o quelle di un cantato di un soprano lirico come in More flashing lights…il tutto con la volontà di alimentare suggestioni di luoghi ed atmosfere, di stati d’animo e di emotività differenti, evocazioni che, grazie alla musica elettronica ed all’arte del campionamento, riescono davvero a trasportarti con la mente in determinate situazioni tanto che ti sembra davvero di viverle, di esserci. 

E la citazione di “Shining" nel video? Anche questa cosa mi ha confuso e sorpreso assai tanto…
Una chicca citazionista anche qui. Una cosa che mi ha molto divertito perché era il finale che nessuno si aspettava. C’è sempre un orrore più grande, in questo caso soprannaturale, che punisce chi fa del male al prossimo. E poi era quasi inevitabile che quando si riprendono alberghi di lusso, lunghi corridoi e pavimenti con la moquette stile anni 70, ritorni alla mente Shining di Kubrick. Sicuramente è stato così anche per cottonbro l’autore che ha girato quelle fantastiche riprese. Credo di aver costruito bene l’impianto stilistico del videoclip con questo finale tutt’altro che scontato, uno di quei finali che ti lasciano un po’ perplesso, come è accaduto a te, ma che alla fine nasconde una bella dose di ironia di fondo. Un’ironia dark che è quella che caratterizza tutto il videoclip. Le due gemelline, immobili, ferme sul corridoio, sono inquietanti di per se anche per chi non ha mai visto il film di Kubrick. Ma in questo specifico caso, piuttosto che vittime di un ipotetico assassino, forse dello stesso protagonista del video (ma questa è una suggestione su cui il video, alla fine non da risposte certe) le due gemelline assumono il ruolo delle giustiziere divine. Della punizione soprannaturale che gela il cameriere omicida. La sua espressione ed il suo ghigno a metà tra il folle e il diabolico si trasformano in una maschera di terrore, quella di chi ha già compreso quale sarà il suo tremendo destino (risucchaito all’Inferno…chissà).
Non so se sia così veramente ma qualcuno mi ha detto che, anche come video maker, sono riuscito a costruire un mio stile e questo puoi immaginare quanto mi abbia riempito di orgoglio. Il cinema è una delle mie grandi passioni. 

Quanta biografia e quanta distopia sociale di questa attualità confluiscono in questo disco?
Diciamo che entrambe sono parte costituente di questo lavoro concepito per la maggior parte durante il primo lock down impostoci dalla pandemia. Appartengo alla generazione dell’apocalisse imminente che ha visto, in gioventù, gli albori della globalizzazione delle catastrofi con Chernobil per poi vivere l’adolescenza negli anni 90, dominati da un’atmosfera quasi di presagio per quelle che sarebbero state le catastrofi imminenti, dall’11 Settembre, al terrorismo integralista islamico, la recessione economica, i terremoti in Italia come non se ne avevano da secoli, e poi le varie emergenze sanitarie, dalla saars, la Mucca Pazza, sino al covid 19 che ha completamente cambiato lo stile di vita di tutti, a livello mondiale e dalle cui nefaste conseguenze ancora dobbiamo uscire…insomma credo sia normale che una certa visione distopica sia un po’ connaturata in chi è cresciuto in questo periodo storico. Tuttavia proprio per questa naturale propensione verso l’incertezza del proprio futuro e la consapevolezza di non essere poi così padroni del proprio destino, credo che la mia generazione abbia maturato una sorta di anticorpi spicologici verso una visione catastrofica e pessimistica della vita. Credo cioè che, sebbene sia inevitabile essere portatrice di una visione molto shopenaueriana e Leopardiana dell’esistenza, la mia generazione sia anche ironicamente preparata ad accettare le cose con molto sarcasmo ed ironia. E questo stato d’animo, questa consapevolezza interiore credo che sia portatrice anche di un sano ottimismo per quanto riguarda il futuro. 
Sono infatti fermamente convinto che siamo in una fase di transizione verso un nuovo modello sociale e un nuovo umanesimo. Ho molta fiducia nei giovani e ho molta fiducia nel progresso. L’importante è non alimentare paure complottiste o facili integralismi di ogni tipo. Credo che oggi più che mai, ci sia bisogno, in questa fase storica, di una rivoluzione culturale che vada ad incidere sulle coscienze degli individui che li prepari ad una nuova era. Affinchè questo accada sono convinto che sia necessario che gli intellettuali e gli artisti si riapproprino di quello che è il loro ruolo naturale ovvero gettare i semi della nuova cultura, riuscendo ad interpretare il disagio dell’umanità attraverso la rappresentazione di una visione delle cose che sia capace di tuffarsi oltre l’ostacolo, verso il futuro, con ottimismo. 
Purtroppo vedo pochi intellettuali e artisti, almeno tra i più noti al pubblico, veramente liberi. Ma ce ne sono altri che lavorano nel buio e per dirla con le parole di Josè Saramago, (premio nobel per la letteratura nel 1998, controverso scrittore, spesso criticabile per alcune prese di posizioni decisamente radicali ma che però, in questa citazione mi piace ricordare), gli artisti lavorano nelle tenebre e come ciechi soppesano l’oscurità.
Aggiungerei una bella frase di De Andrè che riassume al meglio quello a cui, a mio parere, dovrebbe tendere un vero artista senza paura di rappresentare il lato oscuro del proprio tempo: “io sono uno che sceglie la solitudine e che come artista si fa carico di interpretare il disagio rendendolo qualcosa di utile e di bello”. 

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Redazione