Esordio interessante che calpesta strade ampiamente battute e ricche di una nostalgia che i figli dei fiori (inglesi) potranno ben apprezzare. E sa da una parte gli Stooges fanno da ombra, se un Bowie che si amalgama con le ceneri del punk, se in qualche dove anche un riferimento al pop glamour (ma sempre metallicamente ruvido) di George Michael come anche qualche pennellata di inchiostri a richiamare contorni alla Simple Mind, dall’altro gli perdoniamo l’ingenuità di un inglese che non è sua madre pelle, e quel troppo vincolarsi a cose ampiamente passate alla storia. Un bel disco d’esordio, un bel arricchirsi di citazioni e soprattutto un encomio al volersi distaccare con cultura da stilemi quotidiani che sono sfacciatamente bassi. C’è storia da richiamare dentro il primo disco di Riff Willer.

Si torna al grande rock degli anni ’70 e ’80… perché? Da dove nasce Riff Willer?
“Streets of Chance” è il mio primo disco in studio. Ho ritenuto opportuno racchiuderci le mie influenze principali, quelle dei gruppi con cui sono cresciuto. Non c'è un motivo in particolare, è stata una scelta naturale, spontanea. Riff Willer è uno pseudonimo che nasce dalla combinazione del termine "Riff", frase musicale che si ripete all'interno di un brano e "Willer", preso dal cognome del fumetto Tex, uno dei miei preferiti quando ero piccolo.

Bellissimi questi suoni acidi e spigolosi. Radici e riferimenti?
Grazie mille! Ho condensato i suoni dei gruppi che apprezzo maggiormente, partendo dai" The Beatles" per passare ai "The Velvet Undeground","The Stooges", "Blur" e "Oasis".

Ci piace sempre indagare sulle origini soprattutto dopo aver ascoltato un disco come “Streets of Chance”. Come si passa da una vita di periferia italiana a grandi metropoli cosmopolite? Musicalmente parlando s’intende…
La musica è sempre stata un veicolo di evasione, mi ha sempre permesso di portarmi lontano dalla realtà di una vita cittadina sì tranquilla, ma molto limitante dal punto di vista culturale. Ha riempito e continua a riempire i silenzi e l'uggiosità quotidiana. Avendo vissuto un periodo in Inghilterra, ho avuto modo di ascoltare gruppi in molti clubs e, quindi, di allargare le mie vedute.

Anche i video sono decisamente lo-fi. E anche qui devo chiederti: ricercavi il passato?
I video con tremila effetti speciali, balletti e attori improvvisati non li ho mai apprezzati, li trovo poco opportuni, specie per il genere musicale che faccio. Più che di un ritorno al passato può essere inteso come una scelta etica ed estetica. Del resto alcuni dei miei film preferiti, come "Shadows" di Cassavetes o "i 400 colpi" sono stati  girati fuori dai teatri di posa, in presa diretta, pieni di sbavature, di sgrammaticature.

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Redazione