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miacaracarolina racconta "tra parentesi", il primo album


“tra parentesi" è il primo album di miacaracarolina (Carolina Lidia Facchi): melodie, pensieri, incontri, ferite, lotte quotidiane, in un disco che racconta i suoi primi tren'anni di vita. L’album d’esordio di miacaracarolina contiene piccole traduzioni di sé, appunti di un cammino che oscilla tra fragilità e resistenza, tra intimità e apertura. Il disco è nato interamente in Friuli Venezia Giulia, terra che l’artista considera un luogo di risposte silenziose che la Lombardia frenetica spesso non lascia emergere. Ecco la nostra intervista.

Il disco è nato interamente in Friuli Venezia Giulia, una terra che definisci “di risposte silenziose”. Che tipo di ascolto ti ha imposto questo luogo rispetto alla frenesia lombarda da cui provieni?
In Lombardia le giornate sono dense, veloci, i legami importanti ma inevitabilmente attraversati anche da frizioni e amarezze. In Friuli succede qualcosa di diverso. Non saprei dire con precisione perché la vita mi riporti spesso lì, se per il paesaggio che trovo meraviglioso o semplicemente perché è il luogo in cui mi concedo di fermarmi. So però che dal momento in cui salgo in macchina per partire è come se mi dessi il permesso di rallentare.

È una terra che vivo da sola, quasi con gelosia, perché credo profondamente nel valore dello stare soli. La solitudine, soprattutto lontano, ricarica e permette di osservare le cose da una distanza nuova. Quando i pensieri sono ingarbugliati, o ancora di più quando le canzoni non escono e le hai sulla punta della penna, stare altrove aiuta a guardarli dall’alto, a capire dove si può uscire dal labirinto. Il Friuli per me è questo: una tana, un angolo di silenzio che mi aiuta a trovare risposte o accettare di non averne; un luogo in cui mi stupisco ancora del paesaggio e in cui incontro persone con cui posso confrontarmi e crescere, artisticamente e umanamente, senza fretta.

Hai scelto di lavorare con Francesco Imbriaco e Leonardo Duriavig per la loro capacità di prendersi cura di brani molto intimi. Che cosa significa, concretamente, “curare” una canzone in fase di produzione?
Ho scelto di lavorare con Francesco Imbriaco e Leonardo Duriavig prima di tutto per affetto. Ancora prima di essere una loro amica, sono stata una grande ascoltatrice del loro lavoro con i Cinque Uomini sulla Cassa del Morto, e molte delle canzoni in cui mi riconoscevo erano le loro. Quando ho lasciato nelle loro mani il primo provino di Miele ho capito cosa stava succedendo davvero. 

Il primo gennaio 2025 ho ricevuto la prima bozza e ho avuto la sensazione che la canzone avesse preso vita con la stessa dolcezza e la stessa attenzione che ci avrei messo io. Affidare una canzone a qualcuno significa regalare un pezzo di sé, e dopo Miele ho avuto la certezza che ogni brano sarebbe stato prima ascoltato e accolto, e solo dopo trasformato. L’ho vissuto come un grande gesto di affetto, nei miei confronti e nei confronti delle canzoni.

Un esempio molto chiaro è quello di Non mi abbandono. Il provino era ruvido, faticoso, molto triste. Parlava della paura dell’abbandono e del tentativo di legarsi per non attraversarlo. Quando l’ho mandata a Francesco, dopo qualche giorno ho ricevuto un lungo messaggio vocale e ho pensato che non gli piacesse. In realtà mi diceva: “Se vuoi possiamo tornare indietro, ma ascoltandoti cantare la canzone mi ha portato qui”. L’arrangiamento era lontano da quello che avevo immaginato, ma sosteneva il ritornello in modo nuovo e apriva esattamente lo spazio emotivo che, senza saperlo, stavo cercando. Per me curare una canzone significa questo.

Nel processo creativo, c’è stato un momento in cui hai sentito il rischio di esporre troppo di te stessa? Se sì, come lo hai attraversato?
Sì, il rischio di espormi l’ho sentito più volte. Ho avuto molta paura del giudizio e del fatto che raccontarmi potesse far sembrare il lavoro meno maturo o troppo egoriferito. Col tempo però ho capito che, per me, raccontarmi non significa mettermi al centro, ma rendere l’altro partecipe delle mie emozioni per lasciargli la possibilità di entrarci e vederle, se vuole. Credo che, nella vita come nelle canzoni, mostrarsi in modo genuino, senza sovrastrutture, sia un atto di affetto che ha anche qualcosa di sovversivo, di questi tempi.

Ho avuto il timore di essere percepita come volubile, dal momento che parlo di amore ed amori, in forme e maniere diverse. Nonostante si dica che stiamo superando certe dinamiche, credo che lo stigma sulla sessualità femminile sia ancora molto presente. Parlo anche tanto di sofferenza, ansie e salute mentale in generale e anche quello, di fatto, credo sia una maniera di esposizione chiara. Ad attraversare questa paura mi ha aiutata il fatto di non sentirmi sola: intorno a me c’è una comunità di persone a cui ho fatto ascoltare il disco in anteprima, orecchie attente che mi hanno ascoltata, consigliata, accompagnata nei dubbi. È anche per questo che, nel presentarlo, ho scritto che “tra parentesi ci sono io, tra parentesi ci siete voi”.tra parentesi sembra nascere da una fiducia profonda nelle relazioni artistiche. Quanto è stato importante il dialogo umano, oltre a quello musicale, nella costruzione del disco?

Guardando al risultato finale, senti che il disco restituisca più fedelmente ciò che eri all’inizio del percorso o ciò che sei diventata mentre lo stavi realizzando?
Non sento che il disco rappresenti né l’inizio né la fine del percorso. Anzi, se devo essere sincera, confrontandomi con le persone che hanno contribuito a realizzarlo, con la mia band, con Francesco e Leonardo, mi sono resa conto che per noi questo disco è già, in parte, superato. Lo ascoltiamo da più di un anno e nel frattempo siamo già altrove, dentro nuove canzoni che rispecchiano più fedelmente ciò che stiamo attraversando ora.

Allo stesso tempo guardo queste parentesi con molto affetto e gratitudine, perché ognuna di loro racconta un momento diverso della mia vita e si lega a una versione di me che continuo a impegnarmi a guardare con amore.