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Veyra presenta “I don’t care”: intervista sul nuovo singolo urban


Con “I don’t care”, Veyra firma un singolo che racconta con lucidità e misura il momento in cui si sceglie di non partecipare a dinamiche relazionali poco sane. Lontano da qualsiasi rabbia, il brano nasce come gesto di consapevolezza e rispetto di sé, trasformando un’esperienza personale in un racconto universale.

Tra soul contemporaneo, R&B ed elettronica minimale, la produzione costruisce un mood urban elegante che lascia spazio alla voce e alla narrazione. In questa intervista per Cherry Press, Veyra approfondisce la genesi del brano, le influenze sonore e il percorso che ha portato un semplice demo a diventare una dichiarazione di libertà personale.

Ciao Veyra, benvenuta su Cherry Press! Il tuo nuovo singolo si intitola "I don't care". Nonostante il titolo possa sembrare un manifesto di indipendenza, il brano racconta in realtà una storia di disillusione e noncuranza in una relazione. Cosa ti ha spinto a mettere in musica questo spaccato di realtà così schietto?
“I don’t care” nasce da una situazione concreta: qualcuno che flirtava con me pur essendo già impegnato. Più che rabbia, ho provato un senso di lucidità e distacco — la consapevolezza di non voler entrare in dinamiche poco sane. Ho voluto raccontare proprio quel momento in cui scegli di rispettarti e di non partecipare al gioco.

Il tuo stile fonde il soul contemporaneo e l'R&B con sperimentazioni elettroniche. Quali artisti o suoni hanno influenzato la costruzione del mood "urban" di questo brano? 
Vengo dal soul contemporaneo e dall’R&B alternativo, ma amo le produzioni elettroniche essenziali e un po’ scure. Cercavo un suono urban elegante e minimale che lasciasse spazio alla voce e alla narrazione, con groove moderni e texture sintetiche molto atmosferiche. In realtà, il pezzo nasce come brano RnB; soltanto dopo ho capito che aveva la potenzialità per diventare qualcosa di più ritmato.

Se dovessi scegliere tre aggettivi per definire l'atmosfera sonora di "I don't care", che passa da voci intime a ritmi incalzanti, quali useresti? 
Intima, confident, consapevole.

Nel testo descrivi il conflitto tra desiderio e responsabilità. Credi che questa "spensierata noncuranza" sia un tratto tipico delle relazioni contemporanee che volevi fotografare? 
Credo che oggi ci sia spesso una leggerezza superficiale nei rapporti, dove si gioca con le emozioni senza pensare alle conseguenze. Nel brano però il punto non è la noncuranza di chi flirta, ma la scelta di chi decide di non accettare quel tipo di dinamica.

Domanda libera: hai dichiarato che questo brano è nato come un semplice demo sul tuo telefono. C'è stato un momento preciso durante la produzione in cui hai capito che stava diventando "molto più grande" del previsto? 
Quando ho registrato la voce definitiva e ho sentito quanto fosse diretta e sincera. Era nato come un demo sul telefono, quasi uno sfogo personale, ma con la produzione ha preso una forza narrativa molto più ampia. 

Per concludere, quale messaggio vuoi lanciare ai lettori di Cherry Press per invitarli a scoprire il tuo mondo sonoro fatto di voci intime e produzioni sperimentali? 
Se amate le storie vere, le voci molto presenti e le produzioni che uniscono emotività e ricerca sonora, vi invito ad ascoltare senza filtri. “I don’t care” parla di confini, rispetto e consapevolezza — ma soprattutto di libertà personale.