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Giorgio Barozzi racconta “Hammond Organ Complete”: il metodo che riporta al centro l’organo Hammond


Dal 10 aprile è disponibile in Italia Hammond Organ Complete | Edizione Italiana, il volume firmato da Dave Limina e tradotto da Giorgio Barozzi, pubblicato da Volontè & Co.. Un metodo completo e progressivo che guida tastieristi e appassionati alla scoperta dell’organo Hammond, tra tecnica, linguaggio ed espressività.

In questa intervista, Giorgio Barozzi racconta il lavoro di traduzione e l’importanza di un approccio didattico strutturato per uno strumento iconico, oggi tornato al centro della scena musicale, anche grazie all’evoluzione tecnologica e all’eredità di maestri come Jimmy Smith e Jon Lord.

“Hammond Organ Complete” nasce dalla sua esperienza diretta: quando ha capito che questo strumento meritava un metodo didattico strutturato?
In realtà il mio rapporto con “Hammond Organ Complete” nasce ancora prima della traduzione: è un metodo che conoscevo già da studente di organo Hammond, in un percorso che mi ha poi portato a diplomarmi in conservatorio proprio in ambito . Già allora mi aveva colpito per la chiarezza e per la sua capacità di organizzare in modo sistematico un linguaggio che spesso si apprende in maniera informale.
Quando mi è stata affidata la traduzione per Volontè & Co., ho avuto la conferma di quanto questo testo fosse ancora attuale: l’Hammond è uno strumento profondamente legato alla pratica, ma proprio per questo ha bisogno di un metodo che sappia guidare lo studente in modo progressivo e consapevole.

Il libro unisce tecnica e linguaggio espressivo: quanto è importante andare oltre la semplice esecuzione meccanica?
È essenziale. L’organo Hammond, più di molti altri strumenti, vive nella relazione tra gesto tecnico e intenzione espressiva. Non basta “suonare le note”: bisogna saper modellare il suono attraverso elementi come i drawbar, il Leslie, l’articolazione.
Nel lavoro di traduzione ho cercato di mantenere questa doppia anima del libro: da un lato la precisione tecnica, dall’altro la costruzione di un vero linguaggio musicale. È proprio questo equilibrio che permette al metodo di essere efficace, perché accompagna lo studente non solo a suonare meglio, ma a sviluppare una voce personale.

Nel volume ripercorre anche la storia dello strumento: perché è importante conoscerla per chi studia oggi?
La storia dell’Hammond non è un semplice contesto: è parte integrante del suo linguaggio. Comprendere come nasce il suono, come si evolve e in quali contesti viene utilizzato significa anche capire perché si suona in un certo modo.
Durante la traduzione ho dato molta attenzione a questo aspetto, perché conoscere il percorso che va dal gospel al jazz, fino al rock, aiuta lo studente a collocare ogni scelta stilistica. Non è solo teoria: è un modo per rendere più consapevole e autentica l’esecuzione.

Da Jimmy Smith a Jon Lord: quanto hanno influenzato il suo approccio didattico i grandi maestri dell’Hammond?
Figure come Jimmy Smith e Jon Lord sono fondamentali perché rappresentano due anime complementari dello strumento. Il primo ha definito un linguaggio nel jazz, il secondo ha portato l’Hammond nel rock con una forza espressiva completamente nuova.
Il metodo riflette proprio questa pluralità, e nel tradurlo ho cercato di restituire questa apertura stilistica. Anche nel mio percorso formativo, questi riferimenti sono stati centrali: sono modelli che aiutano a capire come tecnica e identità musicale possano fondersi.

Negli anni ’80 strumenti come il Yamaha DX7 hanno messo in ombra l’Hammond. Oggi invece sembra tornato centrale: come spiega questa nuova popolarità?
Negli anni ’80 l’avvento di strumenti digitali come il Yamaha DX7 ha spostato l’attenzione verso nuove sonorità, più legate alla sintesi e alla programmazione. L’Hammond, con la sua natura elettromeccanica, sembrava appartenere a un’altra epoca.
Oggi però assistiamo a un ritorno molto forte, legato proprio alla ricerca di un suono più organico, più umano. Le nuove generazioni riscoprono il valore dell’imperfezione controllata, della risposta fisica dello strumento. In questo senso, il metodo è ancora più attuale: fornisce le basi per affrontare questo linguaggio in modo autentico.

Il libro guarda anche al presente, citando realtà come Hammond Suzuki e Clavia: quanto la tecnologia ha cambiato l’approccio allo strumento?
La tecnologia ha ampliato enormemente le possibilità. Aziende come Hammond Suzuki e Clavia hanno reso il suono Hammond più accessibile, portandolo su strumenti digitali sempre più fedeli.
Questo cambia l’approccio pratico – trasportabilità, manutenzione, integrazione nei setup moderni – ma non cambia la sostanza del linguaggio. Ed è proprio qui che il metodo resta centrale: indipendentemente dallo strumento utilizzato, le competenze musicali richieste sono le stesse. Tradurlo ha significato anche adattare questa visione a un contesto contemporaneo.

A chi si rivolge oggi “Hammond Organ Complete | Edizione Italiana”? È più un punto di partenza o un testo di approfondimento?
Il metodo si rivolge a musicisti che possiedono già una conoscenza di base della teoria musicale, dell’armonia moderna e delle principali forme della musica jazz e popular. È pensato sia per pianisti che vogliono espandere le proprie competenze su uno strumento che ha molto in comune con il pianoforte, ma anche differenze sostanziali, sia per tastieristi che hanno già avuto esperienze con l’Hammond e desiderano ampliare e raffinare il proprio lessico musicale.
La struttura è molto chiara e progressiva: una prima parte dedicata alla familiarizzazione con l’Hammond e gli organi a drawbar, una seconda focalizzata su tecnica e controllo dello strumento, e una terza che propone brani in diversi stili contemporanei.
Non si tratta quindi di un manuale destinato esclusivamente a musicisti avanzati, ma di un percorso graduale che accompagna studenti motivati – dal livello intermedio fino a livelli più avanzati – nella scoperta e nell’approfondimento di uno strumento affascinante e ricco di sfumature come l’organo Hammond.