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Mike Youlend e le idee dietro «Poco e niente», il nuovo EP


Nel percorso di "Poco e Niente", il nuovo EP di Mike Youlend, la sensazione dominante non è quella di un progetto costruito a tavolino, ma di un flusso creativo lasciato libero di emergere. Cinque brani che non nascono per aderire a un concept rigido, ma per restituire un momento preciso della vita dell’artista, con tutte le sue contraddizioni, oscillazioni e stratificazioni emotive. In questa intervista, Mike Youlend approfondisce alcuni dei nuclei centrali del suo lavoro: il rapporto con la libertà creativa, il tema dell’alienazione contemporanea, la fusione tra dimensione digitale e privata e la sua attitudine alla pubblicazione musicale.

L’EP si muove dentro una grammatica personale che rifiuta la standardizzazione del progetto musicale come “prodotto finito” e si concentra invece sul processo. La scrittura diventa così un atto istintivo, quasi fisiologico, che si alimenta della quotidianità e della sovrapposizione costante tra mondo fisico e mondo digitale. In questo contesto, la sua musica riflette una condizione generazionale ma anche individuale, dove isolamento, iperconnessione e ricerca di senso convivono senza gerarchie.

Un altro elemento centrale è il rapporto con la difficoltà. A differenza di molti percorsi artistici segnati da blocchi o crisi creative, Mike Youlend descrive il proprio come un processo fluido, in cui scrittura, registrazione e pubblicazione si susseguono senza frizioni evidenti. Una naturalezza che però non elimina la complessità del contenuto, ma la sposta sul piano della riflessione e della consapevolezza.
Infine, lo sguardo verso il futuro non si traduce in una direzione rigida, ma in una tensione continua al cambiamento. Anche quando un nuovo progetto è già definito nelle sue linee generali, rimane centrale la necessità di non irrigidirsi in una forma definitiva, mantenendo aperto lo spazio della trasformazione.

"Poco e Niente" nasce senza la pressione di dover costruire un progetto perfetto. Questa libertà ha cambiato il tuo approccio creativo?
No, in realtà ho sempre seguito questo approccio creativo. Non è una cosa nata con “Poco e Niente”, ma un modo di lavorare che mi appartiene da sempre.
Per me il processo creativo migliore è proprio questo: liberarsi di ciò che si ha dentro, senza forzarlo in una forma predefinita o in un’idea di “progetto perfetto”. Lasciare che le cose emergano in modo diretto, così come arrivano, è quello che rende tutto più autentico.

Nel disco emerge spesso il tema dell'alienazione contemporanea. Quanto questa sensazione appartiene alla tua esperienza personale?
Molto. In parte è anche una condizione personale: sono piuttosto “pantofolaro”, quindi tendo già di mio a vivere momenti di isolamento e riflessione. Ma credo che l’alienazione sia anche qualcosa di più ampio, legato al mondo del lavoro e alla società contemporanea, che spesso spinge verso una dimensione sempre più individuale.
Questo, secondo me, pesa molto anche sugli artisti. L’isolamento può diventare un limite, soprattutto per chi è all’inizio e fatica a farsi spazio. Penso che ci sarebbe bisogno di più collaborazione, di più scambio reale tra persone che fanno lo stesso mestiere, invece di vivere tutto come una corsa individuale.

La tua scrittura alterna immagini intime e riferimenti alla cultura digitale. Come nasce questo incontro tra dimensione privata e immaginario online?
Nasce dal fatto che oggi viviamo inevitabilmente dentro internet. Io stesso passo spesso le giornate davanti a un computer o a dispositivi digitali, un po’ per interesse, un po’ per necessità e un po’ per lavoro.
Per questo non lo considero più un “incontro” tra due mondi separati, ma una condizione ormai integrata nella vita quotidiana. La dimensione privata e quella digitale si sovrappongono continuamente, e la mia scrittura riflette semplicemente questo modo di vivere e percepire la realtà.

Qual è stata la fase più difficile nella realizzazione dell'EP: scrivere, registrare o decidere di pubblicarlo?
Per mia fortuna non ho vissuto particolari difficoltà in nessuna di queste fasi. Prima di tutto faccio musica perché piace a me, quindi scrivere, registrare e pubblicare fanno parte di un processo abbastanza naturale.
Non c’è stata una vera e propria fase “critica” legata a blocchi o indecisioni: ho semplicemente seguito quello che sentivo, senza farmi troppe domande sul risultato finale.

Dopo un ritorno così personale, senti di avere una direzione precisa per il futuro oppure preferisci mantenere la stessa spontaneità che ha generato questo lavoro?
Il prossimo progetto è già praticamente chiuso, ma al tempo stesso non sento il bisogno di incastrarmi in una direzione unica o definitiva. A me piace cambiare e lasciare spazio all’evoluzione.
Anche se c’è già un’idea chiara di quello che verrà, preferisco mantenere quella stessa spontaneità che ha caratterizzato questo lavoro, perché è ciò che mi permette di restare coerente con il mio modo di fare musica.