Le emozioni autentiche, le fragilità e la ricerca di rapporti sinceri sono il cuore di “Radar”, il nuovo singolo di David Vanchieri, disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica dal 17 luglio. Un brano che osserva il presente senza giudicarlo, ma con la volontà di restituire spazio alla sensibilità e alla profondità dei sentimenti.
Per Cherry Press abbiamo incontrato David Vanchieri per parlare della nascita del singolo, del legame tra la sua esperienza professionale nel mondo della moda e della televisione e il percorso musicale, del videoclip e dei sogni che continuano ad alimentare il suo cammino artistico. Un confronto che restituisce il ritratto di un cantautore determinato a costruire un'identità musicale personale, fatta di sincerità e condivisione.
“Radar” mette al centro il bisogno di autenticità. Pensi che sia il tema più urgente della tua generazione?
Sì, credo che oggi l’autenticità sia uno dei bisogni più forti. Viviamo in un’epoca in cui siamo sempre connessi, ma spesso ci sentiamo più lontani gli uni dagli altri. Sui social è facile mostrare una versione perfetta di sé, mentre nella realtà siamo tutti pieni di dubbi, paure e contraddizioni. Con “Radar” ho voluto ricordare che le emozioni vere valgono molto più delle apparenze e che essere se stessi richiede coraggio.
Quanto ti piace raccontare le fragilità umane invece delle certezze?
È probabilmente l’aspetto che mi interessa di più quando butto giu’ qualche idea. Le fragilità ci rendono umani e permettono alle persone di riconoscersi in una canzone. Le certezze spesso dividono, mentre le emozioni condivise uniscono. Se qualcuno ascoltando un mio brano pensa “questa cosa l’ho vissuta anch’io”, allora significa che quella canzone ha raggiunto il suo scopo.
La tua esperienza professionale nel mondo della moda e della televisione ti offre molti spunti creativi?
Assolutamente sì. Lavorare ogni giorno con artisti, modelle e personaggi dello spettacolo mi permette di osservare da vicino persone, emozioni e storie diverse. È un mondo fatto di luci, ma anche di sacrifici e pressione. Tutto questo mi arricchisce molto, perché mi insegna che dietro ogni immagine perfetta esiste sempre una persona con le proprie emozioni. Alla fine, sia nella musica che nel mio lavoro, cerco sempre di valorizzare l’identità di chi ho davanti.
Qual è stata la scena del videoclip che ti ha coinvolto maggiormente dal punto di vista emotivo?
La parte finale, quando resto solo davanti alla telecamera. È una scena molto semplice, senza effetti particolari, ma proprio per questo molto intensa. In quel momento non interpreto un personaggio: sono semplicemente me stesso. Ho voluto che fossero lo sguardo e l’interpretazione a raccontare tutto quello che le parole, a volte, non riescono a dire.
Ripensando al tuo percorso, qual è stato il momento in cui hai capito di voler credere davvero nella musica?
Credo che quella scintilla sia nata da bambino, quando salii per la prima volta su un palco durante un piccolo concorso di karaoke. Da allora non ho mai smesso di cantare e di inseguire questo sogno. Crescendo ho capito che la musica non era solo una passione, ma un modo per raccontare quello che vivo e dare voce alle emozioni che spesso è difficile esprimere a parole. Ogni esperienza fatta, anche lontano dalla musica, mi ha riportato sempre lì.
Qual è il sogno artistico che insegui ancora oggi?
Il mio sogno è riuscire a costruire un percorso fatto di canzoni che restino nel tempo. Mi piacerebbe arrivare su palchi sempre più importanti e far ascoltare la mia musica a quante più persone possibile, ma il vero traguardo è lasciare qualcosa in chi ascolta. Se una mia canzone riesce a far sentire qualcuno meno solo, allora ho già raggiunto una parte del mio sogno. Continuo a lavorare ogni giorno con la speranza che questo percorso mi porti, un passo alla volta, sempre più lontano.
