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TITTA: il diritto di essere imperfetti nel nuovo singolo "Cronika"


Attrice, cantautrice e formatrice teatrale, TITTA porta avanti un percorso artistico in cui musica e teatro si intrecciano per raccontare la fragilità come una forma di forza. Con il nuovo singolo "Cronika", affronta temi come burnout, stanchezza emotiva e diritto all'imperfezione, invitando a riscoprire il valore dell'autenticità. Ne abbiamo parlato con lei in questa intervista per Cherry Press.

Ciao, benvenuta sulle pagine di Cherry Press! Sei un'attrice, cantautrice e formatrice teatrale che porta avanti un percorso originale e stratificato. Raccontaci un po’ di te: quando e come queste diverse anime artistiche si sono avvicinate alla musica?
Grazie dell'invito! In realtà non ho mai vissuto queste discipline come mondi separati. Il canto è stato il mio primo linguaggio: mi ha insegnato ad esprimermi, a dare voce alle mie emozioni e, anche se può sembrare strano, ad ascoltare le persone. Non puoi cantare se non ascolti. Il teatro, dal canto suo, mi ha insegnato a raccontare le emozioni e a dare un corpo alle storie. La musica forse è diventata un'esigenza diversa, più intima. Se il teatro infatti mi permette di interpretare la storia di qualcun altro, le mie canzoni mi costringono ad ascoltare, esplorare, vivere e raccontare la mia.
Negli anni ho capito che tutte le mie esperienze – come attrice, cantautrice e formatrice teatrale – si nutrono della stessa ricerca: provare a dare un nome a ciò che spesso resta invisibile, a tutto quello che nella vita non diciamo, per paura di essere giudicati, fraintesi, non ascoltati. Mi interessa raccontare la fragilità come centro dell’unicità, la salute mentale come fulcro di una vita migliore, le relazioni come il valore aggiunto più importante della mia vita, il corpo come specchio di quello che pensiamo di noi, l'identità come baluardo contro giudizio e semplificazioni.
Oggi queste mie anime convivono naturalmente nel mio percorso artistico. Ogni canzone nasce già come una piccola scena teatrale, ogni videoclip è pensato come un racconto e ogni spettacolo diventa un luogo in cui musica e teatro dialogano tra loro e credo che sia proprio questa contaminazione a rendere il mio modo di fare musica così personale, così “mio”. 

Il tuo sound originale risente di influenze eterogenee, che spaziano dal cantautorato italiano contemporaneo e il teatro-canzone fino al musical anglo-americano. Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo stile?
I miei riferimenti sono molto eterogenei, probabilmente perché lo sono anche io.
Mi ha sempre affascinato il modo di raccontare di Roberto Vecchioni e Francesco Guccini. Ho imparato molto dalla grinta di Gianna Nannini e Irene Grandi e dall'anima di artiste come Alanis Morissette, Elisa, Syria. Amo profondamente l'universo dei Queen, così come quello di Mia Martini e Amy Winehouse, artisti capaci di trasformare la fragilità in una straordinaria forza espressiva.
Tra i cantautori contemporanei apprezzo molto Ultimo, perché riesce a coniugare un linguaggio poetico e moderno con una forma classica del cantautorato, e Alfa, che trovo straordinario per il suo modo diretto, semplice e autentico di comunicare.
Se però dovessi scegliere un'artista che rappresenta la mia idea di performance, direi senza dubbio Lady Gaga. Mi affascina la sua capacità di fondere musica, teatro, immagine e racconto in un'unica esperienza artistica.
A guardarli sembrano artisti lontanissimi tra loro, ma hanno tutti una caratteristica in comune: nessuno si limita a interpretare una canzone. Ognuno costruisce un mondo, un immaginario, un linguaggio riconoscibile. È questo che cerco di fare anch'io.
Credo, infatti, che la mia influenza più grande venga proprio dal teatro e dal musical. Gigi Proietti, Gabriella Ferri, Cynthia Erivo, Liza Minnelli e Sutton Foster mi hanno insegnato che una canzone non è solo qualcosa da cantare, ma una storia da incarnare.
Ogni volta che scrivo un brano penso già alle immagini, ai silenzi, ai movimenti, a ciò che accadrà sul palco, in un videoclip o nell'immaginazione di chi ascolta. Forse è per questo che molte delle mie canzoni sembrano dei piccoli atti teatrali: non mi interessa soltanto raccontare una storia, mi interessa costruire un universo in cui quella storia possa essere vissuta.

Se dovessi scegliere tre aggettivi per definire la tua musica e il percorso d'esordio di "FUORI ASSE", quali sarebbero?
Direi autentica, inclinata e resistente.
Autentica, perché ogni canzone nasce da qualcosa che ho vissuto davvero. Non mi interessa raccontare personaggi: mi interessa raccontare persone, storie.
Inclinata, perché è la parola che meglio descrive FUORI ASSE. Viviamo in una società che ci insegna a essere perfetti, allineati, efficienti. Io credo invece che siano proprio le nostre inclinazioni – le fragilità, le deviazioni, le imperfezioni – a renderci profondamente umani e perfettamente imperfetti nella nostra unicità storta. 
Resistente, perché questo progetto non parla di eroi che vincono tutto. Parla di persone che continuano a scegliere di esserci, anche quando la vita le mette fuori equilibrio. Per me la resistenza non è combattere sempre: a volte è semplicemente restare, respirare e ricominciare.

Il 12 giugno è uscito "Cronika". Quale messaggio vuoi comunicare attraverso questo brano che intreccia stanchezza cronica, burnout, fragilità e sopravvivenza emotiva, mettendo la vulnerabilità al centro della narrazione?
Credo che il messaggio più importante di CRONIKA sia che non tutto ciò che è fragile ha bisogno di essere aggiustato.
Viviamo in una società che ci chiede continuamente di essere efficienti, performanti, sempre sul pezzo. Se rallentiamo, ci sentiamo in difetto. Se siamo stanchi, pensiamo di doverci giustificare. Io volevo raccontare esattamente quel momento in cui il corpo e la mente ci chiedono di fermarci, e smettere di viverlo come un fallimento.
Per me CRONIKA è anche un invito a uscire dall'idea che esista un solo modo "giusto" di stare al mondo. Non credo che il nostro valore dipenda da quanto siamo produttivi o da quanto riusciamo ad assomigliare agli altri. Credo che dipenda dalla capacità di conoscerci, rispettarci e abitare anche le nostre inclinazioni.
Forse il problema non è che siamo troppo inclinati. Forse è che continuiamo a vivere in un mondo che pretende di raddrizzarci.
In fondo è proprio questo il punto di partenza di FUORI ASSE: smettere di chiedere alle persone di raddrizzarsi e iniziare, invece, a riconoscere la bellezza delle loro inclinazioni.

Adesso è arrivato il momento per porti da sola una domanda che nessuno ti ha mai fatto… ma a cui avresti sempre voluto rispondere (magari legata ai tuoi speech alla Camera dei Deputati sul potere terapeutico dell'arte)…
DOMANDA MIA:
Perché continui a parlare di fragilità, quando oggi tutti cercano di mostrarsi forti?
RISPOSTA:
Perché credo che abbiamo frainteso il significato della forza. Ci hanno insegnato che essere forti significhi non cadere mai, non piangere mai, non chiedere aiuto. Io penso invece che la forza sia avere il coraggio di mostrarsi per quello che si è. La fragilità non è il contrario della forza: è il luogo da cui la forza può nascere. "Fuori Asse" nasce proprio da questa convinzione. Non voglio insegnare alle persone a diventare perfette. Vorrei aiutarle a sentirsi un po' meno sbagliate.

DOMANDA:
Perché continui a fare arte, nonostante sia un percorso così difficile e precario?
RISPOSTA:
Perché credo che l'arte non serva a farci evadere dalla realtà, ma ad attraversarla. Da attrice, cantautrice e formatrice teatrale ho visto persone cambiare non perché qualcuno abbia dato loro una risposta, ma perché si sono sentite finalmente viste. È questo il potere che riconosco all'arte: non guarire, ma creare uno spazio in cui possiamo riconoscerci, sentirci meno soli e dare un senso a quello che viviamo. Se anche una sola persona, ascoltando una mia canzone, pensa "allora non succede solo a me", per me quella canzone ha già fatto il suo lavoro.
(nel dubbio ne ho inventate due XD )

Per concludere, quale messaggio vuoi lanciare ai lettori di Cherry Press che si trovano a fare i conti con i ritmi frenetici del mondo di oggi?
Vorrei dire loro di concedersi il diritto di non essere sempre all'altezza di tutto, forse perché vorrei io per prima avere qualcuno che me lo ricordasse sempre. Viviamo in un'epoca che ci spinge continuamente a correre, produrre, confrontarci e dimostrare. Ma credo che la vera rivoluzione, oggi, sia imparare ad ascoltare stessi… le proprie emozioni, i propri pensieri, il proprio corpo… e a rispettarsi. 
Mi piacerebbe che chi ascolta la mia musica si sentisse meno solo e meno "sbagliato". Che capisse che rallentare non significa fallire, che chiedere aiuto non significa essere debole e che non esiste un modo “giusto” di vivere, che ognuno può scegliere come vivere e farlo “a modo suo”.
In fondo, FUORI ASSE nasce proprio da questo: dall'idea che non dobbiamo diventare tutti perfettamente dritti per avere valore. Possiamo essere inclinati, imperfetti, fragili... e continuare comunque a brillare.
Perché anche le stelle, per essere riconosciute, non hanno bisogno di stare tutte sulla stessa linea.