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JaydeeQ raccontano un disco nato senza compromessi


L'elettronica come terreno di esplorazione, più che come appartenenza. Con "JaydeeQ", il trio firma un debutto che nasce dalla voglia di mettere in discussione il proprio percorso musicale, abbandonando gli strumenti della tradizione per affidarsi a sintetizzatori, drum machine e una continua ricerca sonora. Il risultato è un album che alterna slanci melodici e sperimentazione, mantenendo sempre un forte approccio live e una precisa identità artistica.

Ne abbiamo parlato con i JaydeeQ, che ci hanno raccontato la genesi del disco, il loro rapporto con la scena elettronica contemporanea e la volontà di costruire una musica libera da etichette, mode e percorsi prestabiliti.

Vi sentite parte della scena elettronica contemporanea oppure percepite il vostro progetto come qualcosa di laterale?
Pensiamo di essere qualcosa di laterale. Ma vorrei chiarire che questa non è una posa snob, penso sia una nostra caratteristica che dipende dai nostri curricula musicali. Io (Diego), Jacopo e Salvatore abbiamo un paio di decenni di attività alle spalle come musicisti “tradizionali”, nel senso di abituati a salire sul palco col proprio strumento acustico. Batteria nel mio caso, basso per Jacopo e chitarra per Sal. Proveniamo dal rock (qualunque cosa voglia dire questa parola, personalmente non l’ho mai capito) ma un annetto fa ci è venuta voglia di approcciare in maniera più sistematica i suoni sintetici, abbandonare completamente i nostri strumenti e prendere in mano sintetizzatori e drum pad per produrre musica elettronica. Non nasciamo nell’elettronica, per noi l’elettronica è qualcosa di nuovo; forse l’abbiamo approcciata in modo un po’ naif e sicuramente non abbiamo rotto completamente i legami col nostro passato: abbiamo deciso di mantenere l’attitudine live. 

Quanto è difficile oggi proporre un disco elettronico che non segua formule immediate “JaydeeQ” alterna momenti accessibili ad altri molto sperimentali. Come lavorate su questo equilibrio?
Sinceramente non lo so quanto sia difficile proporlo. So quanto è stato difficile per noi crearlo: pochissimo. Tutto quello che c’è dentro nasce da una ispirazione su cui non abbiamo riflettuto troppo: ci è arrivata, ci è piaciuta. Fatto. Certo poi ci abbiamo lavorato molto sopra, ma il nucleo di ogni brano è nato in maniera piuttosto spontanea. Qualche volta l’ispirazione ci ha portato a creare momenti accessibili, altre volte sperimentali. Ovviamente abbiamo lavorato per arrivare a un equilibrio fra le diverse parti, ma il lavoro che abbiamo fatto (non poco in verità) non aveva come obiettivo quello di uniformare “appiattendo” ma di far convivere le varie parti cercando e creando una coerenza fra loro.
Siamo consapevoli del fatto che l’album sia molto eclettico, ma la cosa ci piace. L’eclettismo dell’album e anche le sperimentazioni che contiene sono il prodotto delle nostre influenze musicali, sia quelle di elettronica che quelle più tradizionali, rielaborate facendo attenzione a rispettare le regole del gioco che ci siamo autoimposti per lo sviluppo del progetto, mescolate con i capricci sperimentativi e i nostri stati d’animo del momento, mescolati con le attitudini che vengono dal nostro passato di musicisti mescolate con la casualità e una discreta dose di indifferenza alle tendenze della scena musicale. Insomma, JaydeeQ siamo noi tre che facciamo cose che ci piacciono.

Quanto conta per voi sorprendere continuamente l’ascoltatore?
Per noi è fondamentale, la mancanza di sorpresa è l’anticamera della noia.
E se ci annoiamo noi figuriamoci quanto possono annoiarsi i nostri ascoltatori che non hanno i nostri bias cognitivi. 
Forse ne hanno altri? Possibile. È possibile che il pubblico (o almeno una parte) non percepisca noia nella continua ripetizione del prevedibile, ma un senso di sicurezza appagante e quindi e lo ricerca. 
Non abbiamo davvero una risposta ma ce ne frega anche il giusto… se un ascoltatore non desidera essere sorpreso, forse è scritto da qualche parte che non sarà mai un nostro ascoltatore.

Pensate che oggi ci sia ancora spazio per album elettronici da ascoltare integralmente e non solo per singoli brani?
Bella domanda. Penso peraltro che si possa estendere a tutta la musica, non soltanto all’elettronica. Sinceramente non lo sappiamo se questo spazio c’è ancora. Sicuramente si è ridotto rispetto a un tempo, forse è scomparso o forse è una piccola nicchia. Ma indipendentemente da quanto sia ampio ‘sto spazio (e dalla sua esistenza) noi vogliamo stare lì.

Ci sono artisti della scena internazionale con cui sentite una vicinanza estetica?
Ti rispondo di no, ma non perché ci riteniamo unici. Solo perché non ci facciamo troppo caso. 
Il pubblico dei live ci ha detto spesso che, come impatto visivo, ricordiamo i Kraftwerk del periodo di Radioactivity. La cosa ci fa estremamente piacere e ovviamente capiamo la suggestione: anche noi suoniamo in piedi in linea uno di fianco all’altro, anche noi abbiamo una “uniforme” da palco e anche la nostra richiama all’industrial ma con fluorescenze. Ma non vogliamo paragonarci a tali mostri sacri.

Quanto il contesto italiano influenza o limita un progetto come il vostro?
Siamo piuttosto indifferenti al contesto italiano. O meglio, non ci interessa fare riferimento a contesti in generale, siano essi geografici, culturali o non so che altro

Come immaginate i JaydeeQ tra qualche anno?
Penso come adesso. A divertirsi con le macchine a sperimentare suoni e sonorità.