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Vago e il primo punto fermo di Balordi mari: un EP nato tra scrittura, ricerca e necessità espressiva


"Balordi mari" rappresenta il nuovo capitolo del percorso artistico di Vago, cantautore toscano che dopo le esperienze con i Quebegue, il progetto solista Il Ciclista e una lunga attività di scrittura arriva a definire una nuova fase della propria identità musicale. L’EP nasce dall’esigenza di fissare un momento preciso del percorso intrapreso negli ultimi anni, trasformando una fase particolarmente intensa dal punto di vista creativo in un primo punto di riferimento prima della realizzazione di nuovo materiale.


Il disco si muove tra cantautorato, arrangiamenti elettroacustici e aperture elettroniche, mantenendo al centro una scrittura che preferisce suggerire piuttosto che dichiarare. I temi affrontati, dalla tolleranza alla ricerca di libertà, dall’inquietudine della contemporaneità al desiderio di evasione, emergono attraverso immagini e metafore senza trasformarsi in messaggi espliciti. Una scelta coerente con il modo di intendere la scrittura di Vago, più interessato alla costruzione di spazi interpretativi che alla definizione di risposte.

Nel percorso di Balordi mari trovano spazio anche elementi di imprevedibilità e cambiamento, sia nella struttura dei brani sia nelle scelte sonore. La componente acustica resta fondamentale, ma viene affiancata da interventi elettronici e soluzioni meno convenzionali, utilizzate come strumenti narrativi al servizio delle canzoni.

In questa intervista Vago racconta la necessità che lo ha portato alla pubblicazione dell’EP, il rapporto tra musica e immagini, il significato del viaggio come dimensione reale e mentale e il modo in cui ogni elemento del disco è stato scelto ascoltando prima di tutto le esigenze dei brani. Un confronto sul processo creativo di un autore che continua a esplorare diverse possibilità espressive mantenendo come riferimento principale la sincerità della scrittura.

“Balordi mari” arriva dopo un percorso lungo e stratificato. Che tipo di urgenza ti ha spinto a pubblicarlo ora?

Avevo l’esigenza di mettere un punto fermo al nuovo percorso che ho intrapreso un paio di anni fa. Sono partito a rilento per vari motivi ma sentivo il bisogno di mettere giù una prima pietra. Sono in un momento molto prolifico a livello di scrittura e ho deciso di pubblicare l’EP prima di entrare in studio a registrare il nuovo materiale.

Il tema della tolleranza attraversa il disco in modo sotterraneo. È un messaggio che nasce dalla scrittura o si è imposto dopo?

È un tema importantissimo, dovrebbe essere scontato ma non lo è. L’età dell’esistenza umana avrebbe dovuto cementificare alcuni concetti ovvi ma riusciamo continuamente a dimostrare il contrario. Il messaggio è sotterraneo perché è il modo naturale in cui la scrittura dei testi mi ha portato a farlo. Non mi piace fare proclami ma esprimere concetti dentro ai quali trovare messaggi, una sorta di interpretazione personale attraverso cui esprimere il pensiero senza necessariamente gridarlo in maniera diretta.

“Non mi dire” è una ballata che cresce fino a un epilogo inatteso. Quanto contano per te le strutture non prevedibili?

Ho varie anime musicali e in questo caso l’imprevedibilità era fondamentale al risultato. Volevo lasciare spazi aperti e non dare troppi punti di riferimento oltre alle parole e al mood del pezzo. Da ascoltatore è sempre stata una delle caratteristiche che più mi hanno rapito della musica, come le code strumentali o i cambi improvvisi di registro.

In “Le profondità” emerge un desiderio di evasione. È una fuga reale o immaginata?

È un'immaginazione che in certi momenti della vita ho cercato di raggiungere ma qui è raccontata attraverso metafore che trasformano il pensiero in un viaggio surreale attraverso corsi d’acqua, confini nuvole e tutto ciò che difficilmente si può raggiungere nell’ordinario. Sicuramente la fuga è un sentimento che affiora spesso rispetto alla frenesia della società che anche se vissuta con l’attenzione necessaria ha la capacità di imbruttirti più frequentemente di quanto si voglia.

Il suono dell’EP è molto organico ma con aperture elettroniche. Come hai scelto i punti in cui “rompere” l’acustico?

Credo ci fossero dei momenti che chiedevano questo. Mi sono messo a disposizione delle canzoni e della narrazione quasi da esterno e ho cercato di rispettarne le richieste. L’ascolto di musica è una parte fondamentale della mia vita e ho cercato di farlo nell’ottica di dare alle composizioni quello di cui avevano bisogno. L’elettronica ha lo stesso peso del resto degli strumenti, pur essendo presente in parte minore, ha la stessa funzione degli strumenti analogici ma porta un colore diverso.

Se dovessi descrivere “Balordi mari” con una sola immagine, quale sarebbe?

Il viaggio. Credo sia uno dei momenti di libertà più arricchente e stimolante della vita, che sia esso reale o mentale.