Un disco pregiato, prezioso, infinitamente sensibile e di una finissima capacità esplorativa. Torna il suono in bilico tra futuro e tradizione del duo Beppe Dettori e Raoul Moretti… un suono che permette l’incontro del classico e del futuro, della storia con la fantasia visionaria di chi oltrepassa le righe dell’abitudine con coraggio e con un atteggiamento incantato e favolistico. Un disco intitolato “(In)Canto Rituale” che ripercorre le canzoni di Maria Carta pescando il titolo letteralmente dal libro di poesia della Carta “Cato Rituale” da cui i nostri prendono a prestito il testo di “Ombre” su cui scrivono una musica inedita capace di accoglienza. E poi sono omaggi alle sue canzoni storiche rivisitandone l’estetica del suono e della forza, dandone una ragione di futuro e conservandone con rispetto il peso storico e artistico. Un disco dal forte potere visionario che sottolineiamo con piacere e con molto rispetto.

Un viaggio nel mondo di Maria Carta. Perché questa scelta? Di sicuro la decisione è ricca di un vissuto intenso…
Raoul Moretti
Per quanto mi riguarda  è stata una occasione di approfondimento e di immersione nella pura bellezza. Una scelta che nasce ravvicinata al lavoro dell’anno scorso “S’incantu e sas cordas” che già conteneva tracce appartenute al repertorio di Maria Carta, nel venticinquennale della scomparsa. Lo stimolo proprio della Fondazione Maria Carta e di Undas Edizione ci ha spinto a dedicare un intero lavoro alla cantante , includendo le principali tracce del suo repertorio e della tradizione sarda ed un inedito, musicando una sua poesia.

Beppe Dettori
Innanzitutto, per gratitudine. Maria Carta ha dato tanto alla tradizione folk e alla contaminazione musicale nel mondo etnico-mediterraneo, trovando ponti e percorsi simili in oriente. Lo scorso anno, il 2019, ricorreva il 25 esimo anno della sua scomparsa. Io e Raoul, nel progetto precedente, dedicammo un trittico di suoi brani per omaggiare il suo ricordo…ma ci sembrava troppo poco…quindi grazie a Undas di Giovannino Porcheddu, abbiamo voluto dedicarLe un intero progetto con i brani più significativi della sua produzione.

Raoul Moretti: ti avvicini, anzi ti lasci in qualche modo “adottare” dalla tradizione sarda. Dopo tutto questo tempo pensi di averla codificata, di averla fatta un po’ tua o sei ancora in viaggio?
Sì, adottare, vero, come mi ha adottato l’isola.  Ne sono rimasto affascinato, non solo dalla bellezza della natura, dallo spirito generale che vive nella gente e nei suoi luoghi, ma proprio dalla antica storia e tradizione.  Mi sono divertito ad imparare a conoscerla, trovare punti in comune con altre culture, metterla in dialogo ed utilizzarla a mio modo, ma il viaggio assolutamente non si ferma mai.

Beppe Dettori: un disco simile ti avvicina ulteriormente alle tue radici. Eppure ancora una volta le hai contaminate con soluzioni nuove, figlie di questo futuro che abbiamo. Perché questo bisogno di rileggere le origini in questo modo? Non sei legato di più alla tradizione anche da un punto di vista stilistico?
È un tipo di progetto, il nostro, che non nasce per replicare la tradizione, ma dalla tradizione si prende spunto e ispirazione per creare e contaminare brani editi e inediti. Sembrerebbe un percorso complesso. Per noi, in realtà è un processo molto naturale. Liberare la nostra creatività attraverso le competenze e il rispetto musicale delle opere conosciute e di chi le ha scritte. Trovare, poi, un balance estetico del sound che si vuole raggiungere, per ottenere una nostra emozione nell’espressione, con la speranza di trasferirla a chi ci ascolta. Sono altresì legato al folk che è la matrice della canzone popolare, la musica classica e lirica dove nasce l’armonia e la melodia. Un progetto come il nostro, infine, necessità di una profonda conoscenza delle opere originali e attraverso lo studio rielaborarle. Maria Carta nel 1980, fu criticata tantissimo per aver inserito nel suo album, Hai diridiridiridiridin, il basso, la batteria, la chitarra elettrica, tastiere e fiati, perché “dissacrava” la tradizione. Lei dichiarò che il folk non dovesse avere alcun tipo di modifica strutturale, ne sonora, ma poi disse, “cambiai idea, perché senza un apertura a nuovi ascolti la tradizione rischia di morire o essere un elite per pochi appassionati. Perciò legare il Folk al Rock è un idea con ampie vedute, per non sclerotizzare la tradizione”.

Maria Carta oggi… secondo voi quanto abbiamo perduto e quanto dobbiamo ancora riscoprire?
Raoul Moretti
Le figure e gli artisti che nel loro percorso sono riusciti a lasciare segni importanti , rimangono nel tempo e continuano poi a riverberare nel lavoro di altri, riscoprendo sfumature e nuove lucentezze nelle epoche successive. Nulla è andato perduto.

Beppe Dettori
La musica, il mondo è in continua evoluzione. I beatles insegnano che non si può creare alcuna novità musicale se non si studia e ricerca nel passato musicale dell’umanità. Penso a Peter Gabriel che ha fatto conoscere al mondo centinaia di artisti del mondo etno-folk, realizzando sia contaminazioni che conservando la pura tradizione. Quindi sviluppare oltre al senso estetico anche una determinata sensibilità alla bellezza emotiva che scaturisce dall’uscire dal solito riff o ritornello. Lo studio della musica, per diventare un musicista, un compositore, un interprete passa attraverso l’ascolto non solo delle cose più ci piacciono, ma per allargare le proprie capacità serve un ascolto profondo di ogni opera, che questa sia Mozart, o David Guetta, Charlie Parker, o Casadei. La Trap, il Rap, o il country, west cost, i tenores di Bitti o Nusrat Fateh Alì Khan. Si perde nel momento in cui non si ha più voglia di cercare.

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Redazione