Un viaggio immaginario, una dimensione psichedelica tra sonno e veglia per indagare i il rapporto tra percezione e stati di coscienza. Un formato inedito tra istallazione, concerto e performance sonora.

Dall’8 al 20 giugno Muta Imago, la compagnia teatrale guidata da Claudia Sorace e Riccardo Fazi, tra le compagnie residenti del progetto Oceano Indiano del Teatro di Roma, torna a immergersi  nell’indagine sul rapporto tra spazio, tempo e percezione umana, portando in scena al Teatro India, per una speciale anteprima del Romaeuropa Festival, SONORA DESERT con le musiche originali di Alvin Curran.

Il nuovo lavoro inserito nella programmazione del Teatro di Roma - si snoderà attraverso le tre sale teatrali del Teatro India (A, B e Studio B), invitando il pubblico a un’esperienza immersiva.

SONORA DESERT – una coproduzione Muta Imago e Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Fondazione I Teatri Festival Aperto di Reggio Emilia in co-realizzazione con Romaeuropa Festival – è un dispositivo installativo ispirato a un viaggio compiuto nel Deserto di Sonora, uno dei più vasti deserti americani, al confine tra l’Arizona e il Messico. A partire dalle pagine del diario di viaggio attraverso questo luogo mitico – spazio assoluto, vuoto di cultura e di senso – Sonora Desert si configura come un esercizio sulla distanza e sul desiderio.

La ricerca di Muta Imago sulla natura del tempo e le indagini compiute in America negli anni '60 tra vibrazioni e stati di coscienza si incontrano nella forma di uno spettacolo dove non c'è niente da vedere, perché ogni cosa accade nella mente dello spettatore. «Sonora Desert è un esperimento nel senso che la sua dimensione e il suo contenuto non sono definitivi, nel senso che assume forma e significati diversi per ognuno. E' un esperimento in quanto è sguarnito e vulnerabile».

Un ambiente di vibrazioni sonore, luminose e cromatiche, in dialogo con le musiche appositamente composte da Alvin Curran, mette lo spettatore in relazione profonda con la realtà di un mondo dove il tempo e l'io si fondono, dove la scena scompare, assieme a ogni presenza umana e ad ogni possibilità di racconto univoco. Claudia Sorace e Riccardo Fazi creano un viaggio ideale in un deserto di segno e di senso, in radicale opposizione al dominio attuale della comunicazione; un luogo immaginario da fruire tra sonno e veglia, dove lo spettatore possa sperimentare una dimensione liminale del sé, attraversando spazi e tempi della propria memoria inconscia e archetipica. «Può un progetto artistico aiutarci a sovvertire la nostra percezione quotidiana del tempo? Come creare un’esperienza che possa ricollocarci in relazione all’infinitamente grande e all’infinitamente piccolo, al passato più remoto e a ciò che deve ancora accadere? Cosa significa provocare attraverso un’operazione artistica i limiti della nostra percezione abituale?».

Condividi:

Redazione