Perché dentro questo lavoro di Filippo Gabbi in arte Gabber, prima di tutto c’è tantissima libertà individuale. E mettiamo in circolo “Luna”, anche title track di questo lavoro che in rete si celebra con un video ufficiale. Tutto sembra remare dentro i cliché finché un ascolto più attento evidenzia davvero una quantità di derive e di trasgressioni al santo cliché che fanno di questo disco un raccoglitore di tantissime chiavi di letture e piani di comunicazione distanti. La matrice pop e Rap, il sentire underground metropolitano, la notte sopra ogni cosa… e poi l’amore, la vita, Gabber in una summa di sensazioni che fluiscono nel mood indie italiano. Troppi effetti sulla voce direbbero i puristi attenti ai futurismi digitali. Eppure, questo tornare indietro di stile ci sta bene, anche se un filo oltre quel che poteva permettersi… ma ci sta bene, anche questo ci sta bene. Un inizio interessante…

Partiamo dal raccontarci questo tempo di “Luna”… che vita ha vissuto questo disco di Gabber?
Tutto parte dall'idea di creare qualcosa in più di singoli da lanciare su Spotify/YouTube con tanto di video.  Mi sentivo maturo per qualcosa di meglio dopo due anni dove avevo proceduto in quella direzione. Il disco, oltre che per dare un "tono" più maturo al mio progetto, è servito anche a me per dimostrarmi cos'ero in grado di fare in una scala più ampia.

Pandemia e restrizioni… quanto tutto questo ha determinato il suono del disco e il nuovo suono che penso sarà già nel tuo DNA?
La pandemia è un evento che sicuramente ci ha costretto tutti di più in una vita sociale meno accesa.
Da quel punto di vista ha influenzato poiché mi sono ritrovato con molto più tempo del normale a disposizione. 
Quanto ha pesato nel suono del disco non saprei quantificarlo. Tuttavia avere più tempo significa anche ascoltare più musica e quindi mettere da parte nel proprio bagaglio culturale più informazioni.

Che poi il video della title track in qualche modo cita questo dramma della pandemia o sbaglio? Un teatro vuoto allude anche a questo?
Il video che è stato girato e curato da me e Luca Fanti (che ringrazio) voleva sottolineare la solitudine che è anche ben specificata nel testo di Luna. Nel segmento finale invece cita il primo video che ho girato con questo progetto (Night, 2017).
Mi fa sempre piacere però avere diverse interpretazioni perché alla fine nell'arte ognuno ci vede ciò che pensa, secondo me ciò che vuole comunicare l'artista è secondario.

Quanta vita c’è dietro “Luna”? Tra l’altro, al di la dei cliché del pop metropolitano, c’è tanta libertà di forma…
Credo che il primo singolo estratto dal disco sia stato utile per avere una presentazione generale del progetto e quindi scegliere un brano come "Luna" che sta nel mezzo delle sonorità che compaiono nel cd sia stata la mossa corretta.
Tuttavia nell'LP a parer mio sono presentati svariati generi musicali, coerenti con l'idea e la melodia di fondo. In sostanza nei 33 minuti di musica si assorbono ben altri generi oltre al pop urbano e tutti hanno una libertà di scrittura completa perché non mi sono posto restrizioni.

E su questo punto io sottolineo “Buio”, forse per me il momento più alto del disco. Libertà di forma… cosa significa per te?
Come detto in precedenza non mi sono posto restrizioni nello scrivere i testi o nel produrre le strumentali.
Ho spaziato in molti dei generi musicali che mi piacciono o nelle mie passioni e in storie che mi hanno colpito per quanto riguarda la stesura delle parole.
Questo per me è il significato definitivo di Libertà di Forma, avere persone che ti aiutano a migliorare la qualità dei brani dal punto di vista tecnico e questi sono i collaboratori che ho scelto.
Ma avere la prima e l'ultima parola in ciò che ho poi pubblicato nel disco è una grande soddisfazione e me ne assumo tutti i demeriti e i meriti.

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Redazione