È dentro questa quarantena che viviamo tutti ad aver preso l’ispirazione Mattia Marzulli che scende in campo con la sua voce, il suo italiano e la sua identità rubando la maschere delle maschere da Pirandello… per un gioco di assonanze umane e spirituali, diviene MEISE e questo lavoro eponimo di 5 singoli descrive a pieno quel senso di estraneità, quel certo modo di restare sospesi dentro una ricerca di se stessi prima di tutto e poi di una chiave di codifica con e verso gli altri. “Meise” è un ep di canzone d’autore indie, di instabilità ma anche di equilibrio non risolto e non risolutivo. Piove sulla nostra pelle… cerchiamo un riparo provvisorio per ora… 

La citazione pirandelliana del tuo nome… Meise… alter ego, altro oltre il te quotidiano… quanti altri te ci sono? 
Credo che Meise racchiuda diverse versioni del mio spettro emotivo, quelle che solitamente sono rimaste a lungo nascoste dentro di me e che hanno modo di venire alla luce solo attraverso lo scrivere musica, cosa per me fondamentalmente catartica e terapeutica da molti anni.

Un disco ricco di nostalgie, di colori scuri… il periodo ha dettato le regole del gioco. C’è rinascita o solo resa? 
Prima la seconda, a seguire la rinascita, anche la storia di questi brani è così, sono stati lavorati e fatti rinascere da me insieme a Grifo Dischi e il produttore artistico Alessio Mazzeo. Una sorta di grande rinascita interiore è stata far sentire le mie canzoni a qualcuno che credesse nelle mie capacità artistiche. 

Il suono sembra essersi fermato nel tempo. Questo brani sembra anche un poco somigliarsi tra loro. Come cosa penso sia voluta vero? 
I brani sono molto legati tra loro, li ho scritti come se fossero una lunga chiacchierata, affrontando i miei pensieri e i miei mostri interiori nella maniera più sincera.

Che tra l’altro, parlando proprio di produzione, c’è da rintracciare l’uso di un certo tipo di fruscio di vinile, un certo suono per i synth che sembra ripetersi. Anche qui: è solo una mia impressione oppure c’è un motivo dietro? 
Sia strutturalmente che come mood ho cercato di fare un discorso uniforme, utilizzando suoni che tendono ad essere percepiti come analogici, e quindi più caldi, sia tramite strumenti sia tramite campionature di mie stesse canzoni o bozze strumentali, per comunicare una certa intimità che si rispecchia nella mia percezione della musica. 

Veniamo al video: il decadentismo e la solitudine anche dentro questa clip. Com’è nata e qual è la sua chiave di lettura? 
La casa nel video è la realtà dentro la mia testa nel momento in cui ho scritto quella traccia. Il concetto dietro al video è nato quando è nata la canzone, ho cercato di ritrovare un equilibrio in quel luogo caotico, per poter infine ricomporre i “pezzi” di quel me stesso in quel momento perduto. 
Luogo lontano da tutti ma in cui chiunque ha lasciato un segno del suo passaggio.

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Redazione