Il nuovo singolo di Andrea Rana, Manimàn, si inserisce in un percorso artistico che nel tempo ha sempre mantenuto una forte attenzione per il racconto e per la dimensione narrativa della canzone. Cantautore lodigiano attivo da molti anni sulla scena indipendente italiana, Rana ha costruito la propria produzione alternando momenti di pubblicazione discografica a periodi più dilatati di riflessione e scrittura, mantenendo un approccio personale e coerente rispetto alla propria idea di musica.
Manimàn arriva in questo contesto come un brano che guarda apertamente alla memoria e al rapporto con i luoghi, ma lo fa partendo da una scelta linguistica significativa: per la prima volta l’artista decide di utilizzare il dialetto lodigiano. Una decisione che non nasce da un progetto premeditato, ma da un processo creativo spontaneo. Durante la fase di scrittura il testo prende forma proprio in quella lingua, che si rivela la più adatta per restituire le immagini e le sensazioni legate alla storia raccontata.
L’origine della canzone è legata a un episodio molto concreto: una serata musicale trascorsa in un piccolo borgo, un contesto semplice ma capace di lasciare una traccia profonda. Da quell’esperienza prende avvio una riflessione più ampia sul tempo che passa e sui cambiamenti che attraversano i luoghi e le persone. Il brano si muove quindi tra ricordo e osservazione, cercando di trasformare un momento personale in un racconto capace di toccare temi più universali.
Dopo molti anni di attività musicale, cosa ti ha spinto a tornare con un brano così legato alle radici e alla memoria personale?
Negli ultimi quattro anni ho vissuto musicalmente un periodo un po’ buio. Alcune promesse, che sembravano molto concrete, sono svanite nel nulla e mi hanno dato una mazzata finale che non mi aspettavo. Negli anni avevo già incontrato parecchi “squali” del mondo musicale e, nonostante la loro disonestà, non erano riusciti a scalfirmi. Stavolta è stato diverso. Dopo quella batosta ho semplicemente dirottato i miei pensieri altrove. Poi, come spesso accade, le cose nascono quasi da sole, in modo spontaneo. Non avevo programmato di tornare con un brano in dialetto: è nato così.
Il dialetto lodigiano diventa uno strumento narrativo molto forte nella canzone. È stata una sfida interpretarlo anche dal punto di vista musicale?
Un conto è parlarlo, un altro conto è cantarlo e soprattutto scriverlo correttamente. Per questo mi sono affidato a un’attenta conoscitrice del dialetto lodigiano, l’ex maestra Amelia Regorda, alla quale ho chiesto di revisionare il testo: accenti, grafia e piccoli dettagli linguistici. I cambiamenti sono stati minimi, ma fanno la differenza quando si vuole presentare un testo scritto in modo corretto.
Nel brano compare una domanda molto semplice ma universale: che fine fanno i ricordi? È una riflessione che accompagna spesso il tuo modo di scrivere?
È una riflessione che ho già affrontato in due miei brani precedenti, Il senso e Immagini dal mondo. In quest’ultimo scrivevo: “Ho mille immagini del mondo che non voglio più lasciare andare”. In fondo è proprio questo il punto. Va bene parlare di ricordi, ma la domanda che mi tormenta è: che fine fanno davvero tutti i nostri ricordi? Mi piace pensare che, se esiste un aldilà, ci siano immensi armadi con grandi cassetti dove vengono conservati tutti i nostri backup.
Il tuo percorso artistico attraversa diverse fasi, dagli inizi negli anni Novanta fino alle pubblicazioni più recenti. In cosa senti di essere cambiato come autore?
Negli anni Novanta avevo un’altra voce, un’altra età, un’altra energia e anche quella voglia di arrivare, senza sapere bene dove. Oggi è tutto diverso. Il rock di allora ha lasciato spazio a una visione più riflessiva e più lenta delle cose. Forse anche più consapevole.
C’è un’immagine o un momento preciso della canzone che per te rappresenta il cuore di Manimàn?
Il cuore di Manimàn per me è fatto di immagini molto semplici: mia madre che cantava alla radio le canzoni della Goggi, io e mio padre che giocavamo a Subbuteo, le domeniche passate dai miei nonni. Sono frammenti di vita quotidiana, piccoli momenti di un mondo che non esiste più.
