Davvero sembra parlare ad ognuno di noi questo nuovo lavoro di Pino Marino, elegante, ricchissimo di affreschi d’autore ma anche di un suono “indie” più consono alle nuove tendenze. Si intitola “Tilt” e dietro la porta di ognuna di queste nuove canzoni c’è un mondo di pensiero e di analisi che si apre sulla vita quotidiana. E che meraviglia questa “Roma bella” cantata da Tosca… e che forza questa ultima traccia “Tilt” in cui troviamo l’attore Vinicio Marchioni ad interpretare i tilt - ovvero le frasi più importanti - pescati dentro le liriche dell’intero disco. A nostro modesto parere troviamo che questo sia uno dei punti più alti fino ad ora raggiunti dal cantautore romano.

Pino Marino torna in grandissima forma. E penso tu abbia con decisione scelto questo momento per uscire… vero?
Si è così. Noi siamo puntualmente quello che siamo, ovvero il nostro atto compiuto e la nostra responsabilità diretta, non ciò che vorremmo essere o la cosa per noi ideale.
Era opportuno che il contenuto espresso in Tilt venisse raccontato ora, in pieno Tilt.
Così come ho considerato fondamentale accendere una piccola lampadina in più, la mia e quella di questo lavoro, nel momento di buio più pericoloso. Le lampadine accese non cambiano le sorti del mondo, ma contribuiscono a vedere meglio ciò che il buio volontariamente cela. 

Ennesimo messaggio da lanciare al pubblico. Risorgere da quel che stiamo vivendo significa viverlo in modo critico prima di tutto?
La paura è senza dubbio un’industria fra le più redditizie dei nostri tempi, così come paradossalmente lo è l’impoverimento culturale. Comprendere quello che accade è il primo e fondamentale passo per analizzare le cause dei Tilt generati nella nostra società e per comprendere occorrono gli strumenti che questa società ha volontariamente permesso venissero decapitati. L’asfissia inflitta al mondo dell’istruzione scolastica, la povertà del linguaggio e di visione politica, la totale assenza di immaginario, il profitto aziendale a discapito di quello sociale, la crescente incapacità di comprendere l’altro diverso da sé, l’informazione picciola, il baraccone ridotto ad una grammatica banalizzata per rimediare consenso immediato e l’accentramento di forze narcisistiche messe a soluzione della cosa comune, sono alcuni fra i principali crimini da esaminare. Ma una volta esaminati, occorre muovere i propositi con la determinazione di una visione altra. 

Un disco che non incita alla rivoluzione. Un disco che invece vomita rabbia che in molti momenti è dolcissima rassegnazione. Oppure?
Un disco che affronta, un disco che smonta e contemporaneamente propone, un disco che racconta 10 tilt e che dall’interno di ogni canzone esce con la consapevolezza di averli compresi uno ad uno. Un disco che ha come copertina uno straordinario scatto di Emad Nassar, una copertina che non voglio descrivervi, ma alla quale mi auguro poniate la vostra attenzione. Perché esattamente in quella copertina, esiste in immagine il proposito esatto di questo lavoro discografico. Rivoluzione, rabbia o dolce rassegnazione, sono semplicemente fattori percepiti da chi ascolta, perché ognuno di noi ha un posizionamento fisiologico (più o meno chiaro) su quello che stiamo vivendo e quindi ognuno utilizza ciò che avverte e ciò che possiede in prima persona. 

Perché hai lasciato a Tosca tutta la canzone? Perché non condividerla con lei? Una scelta che penso sia assolutamente importante da sottolineare…
Ovviamente anche questa è stata una scelta. Condividerla, cantando insieme, mi avrebbe consegnato un vantaggio e un piacere personale, ma io sono qui per cercare di contribuire ad una visione: il racconto di una biografia collettiva, non necessariamente la mia. A Tosca ho affidato una canzone che solo lei poteva cantare e da sola, perché in “Roma bella” è contenuto un patto al femminile molto intimo. Un patto fra lei e la sua città, una alleanza che fosse forte al punto da riscrivere il finale di una storia già scritta (in questo caso pucciniana) e la mia presenza in voce avrebbe solo distratto da questa intenzione fondamentale. Diverso il discorso con Ginevra Di Marco in “Maddalena”, lì era necessario il mio affiancamento da narratore alla voce di Maddalena che in prima persona decide di sciogliere il suo personale Tilt, rivolgendosi alle due passanti di un’Italia estremizzata e spesso capace solo di verità acquisite passivamente. A Vinicio Marchioni invece ho affidato la sintesi narrativa di tutti i tilt processati nel corso delle 9 canzoni che precedono la traccia di chiusura che da il titolo a questo album.

Dopo questo disco, che uomo ne è venuto fuori? Ti ha un poco trasformato, ti ha contaminato di altro… ti ha regalato nuovi punti di vista o è stato solo un disco che ha riassunto e raccolto tutti i pensieri che hai maturato da tempo?
Credo siano accadute le due cose contemporaneamente.
Necessario era raccontare tutto ciò che è stato espresso (compresi gli arrangiamenti elaborati dalla produzione in studio con Fabrizio Fratepietro), quanto inevitabile uscirne cambiati e da altro contaminati. Ora sono un uomo che aspetta di poter viaggiare e raggiungere fisicamente tutte le persone che avranno l’intenzione reciproca di essere raggiunte. Speriamo accada presto. 
Un abbraccio a voi, ringraziandovi per il vostro prezioso lavoro.

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Redazione