Eccoci dentro le trame di un esordio dei tempi moderni, digitale e liquido per il mercato a regola d’arte, come si conviene per gli emergenti… forse… o forse, il libero mercato gratuito, pensiamo noi, è l’ennesima mannaia che scende a coprire di rumore di fonde la voce di tutte le nuove voci italiana. Ma a parte questo pensiero eccovi girare intorno il primo lavoro ufficiale degli abruzzesi Penelope Aspetta, lavoro dentro cui si respirano le forme date per assodate del nuovo pop indipendente italiano, quello che ai synth richiede la nostalgia degli anni ’80, quello che cerca nei suoni il carattere portante della narrazione che non si slega dalla melodia ma diviene parte integrante di essa. Eponimo lavoro dunque, che nelle liriche combatte il tempo liquido, il tempo veloce, che ripristina le distanze e i grandi significati. Un singolo di lancio che più di tutti insegue la personalità che piano piano stiamo perdendo. Ed ecco che i Penelope Aspetta sanno come sfornare personale emancipazione e carattere anche dentro i cliché della forma.

Benvenuti nel mondo discografico. Oggi forse non è come ce lo saremmo attesi qualche anno fa. Secondo voi? Impressioni?
Grazie! Di sicuro negli ultimi anni il mercato discografico è molto cambiato, ha perso di valore la forma del Long Play in favore dell’EP e del singolo. La musica sempre più spesso viene scritta e prodotta per essere consumata in breve tempo, deve essere una conseguenza del sistema mediatico contemporaneo e dell’importanza che hanno assunto nella vita di tutti i giorni i social, che tendono a prediligere formati audiovisivi molto brevi.

La canzone pop evolve e con essa anche la tecnica. La produzione di questo disco? Cosa ci raccontate?
In questo disco abbiamo tentato di condensare e rielaborare molte delle nostre influenze musicali, cercando di ottenere un sound che ci rappresentasse e che contenesse al suo interno elementi anche piuttosto diversi tra loro. Per quanto riguarda i sintetizzatori abbiamo voluto alternare suoni più acidi e sintetici a tappeti sonori di stampo vagamente vintage, così come abbiamo esplorato soluzioni diverse anche per quel che concerne le chitarre, muovendoci tra l’acustico e l’elettrico. È stato molto importante il lavoro del nostro produttore artistico Andrea Liberi, che ha saputo legare alla perfezione tra loro i vari elementi, creando un amalgama sonoro che conferisce all’EP coerenza e definitezza.

E “casalingo” diviene anche la narrazione, diviene quotidiana. L’ispirazione arriva dall’oggi di tutti noi o sbaglio?
È vero ed è anche inevitabile: nelle nostre canzoni raccontiamo ciò che siamo, quello che proviamo, le esperienze che facciamo, non potrebbe essere altrimenti. L’ispirazione arriva dalle persone che ci circondano e dalle cose che ci accadono, è un demone socratico che ogni tanto viene a farci visita e ci costringe a prendere carta e penna e a imbracciare gli strumenti in cerca di una melodia.

E questo video… che penso ha l’essere se stessi? E quanto lo barattiamo per un’approvazione sociale?
Nel video di “6 giorni su 7”, per il quale ringraziamo il regista Valerio Friello, abbiamo cercato di mettere in scena l’incomunicabilità causata dalle conflittualità che si vanno a creare tra due persone quando la routine prende il sopravvento e diventa una gabbia. Essere sé stessi, sapersi ribellare alle convenzioni sociali, quando non ci rappresentano, è l’unico modo per sopravvivere e non lasciarsi fagocitare da una società in cui l’approvazione sociale sembra avere più peso della capacità di sentirsi in pace con sé stessi.

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Redazione