Filippo De Paoli è stato una delle figure centrali dei Plan de Fuga, progetto che ha attraversato la scena rock italiana con una presenza solida, fatta di concerti, rotazioni radiofoniche e un’identità riconoscibile. Un’esperienza che sembrava destinata a consolidarsi ulteriormente, ma che lo stesso De Paoli ha scelto di interrompere, seguendo una traiettoria personale che lo ha portato altrove, lontano dalle dinamiche più esposte dell’industria musicale.
Il ritorno passa oggi da Amaze You, un brano che segna l’inizio di una nuova fase e che trova nel videoclip un elemento fondamentale di definizione. Non si tratta di un recupero nostalgico né di una semplice ripresa dell’attività, ma di una ridefinizione del linguaggio. Il video diventa lo spazio in cui questa trasformazione si manifesta con maggiore evidenza, mettendo in dialogo elementi che riflettono tanto il percorso artistico quanto quello personale.
Al centro del progetto visivo c’è una scelta precisa: partire dai disegni dei figli dell’artista, immagini spontanee che vengono poi rielaborate attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Il risultato è una costruzione che non cancella l’origine del materiale, ma la espande, creando un equilibrio tra gesto umano e intervento tecnologico. In questo passaggio si legge anche una distanza rispetto al passato: se l’esperienza con i Plan de Fuga si muoveva in un contesto più definito, legato a una dimensione bandistica e a un’estetica rock, Amaze You apre a una dimensione più trasversale, in cui l’elettronica e la sperimentazione visiva diventano centrali. Ecco la nostra intervista.
Il titolo “Amaze You” suggerisce un gesto verso l’altro: quanto conta la relazione con chi ascolta in questo progetto?
Diciamo che negli ultimi anni la mia produzione musicale è stata ascoltata solo da una strettissima cerchia di persone che frequento direttamente. Ora, però, sento davvero il bisogno di far sentire a tutti quello che ho "combinato" in questo periodo. Purtroppo, nel mercato musicale di oggi, il bombardamento mediatico è continuo e preponderante: nella stragrande maggioranza dei casi a spuntarla sono i progetti che hanno a disposizione i budget promozionali più elevati. Io, molto più semplicemente, vorrei far parte di quella nicchia che fa uscire musica per puro amore e per urgenza espressiva. Qualunque sia il risultato.
Il videoclip costruisce un immaginario molto preciso: quanto è stato importante pensarlo come parte integrante del brano e non come elemento accessorio?
In realtà, il video è nato molto tempo dopo il brano. Tuttavia, mentre lo realizzavamo, io e Giuliano Golfieri (che ha curato la parte legata all'AI) ci siamo resi conto che le immagini si sposavano alla perfezione con l’intenzione profonda del pezzo e del testo: la ricerca dello stupore, per l'appunto. La magia dell'intelligenza artificiale, applicata ai disegni dei bambini, ha donato al progetto una sfumatura visiva davvero sorprendente e molto personale. Al punto che oggi, infatti, non riesco quasi più ad ascoltare la canzone senza guardare il video.
Il messaggio sul tempo è molto diretto: hai sentito l’esigenza di una scrittura più essenziale?
Volevo mandare un messaggio preciso, senza troppe parole, dritto al punto. Il resto lo fa la musica. Rispetto alla normale struttura a canzone di cui spesso il rock si compone, utilizzando l’elettronica ho potuto liberare le idee e le sensazioni che si concretizzano nel suono e concentra il messaggio del pezzo in poche frasi.
E’ un invito a cercare dentro di sé ciò che davvero conta.
Il tuo percorso professionale fuori dalla musica ha influenzato questo ritorno?
In realtà, il mio percorso professionale è sempre stato interamente legato alla musica. Mi occupo di colonne sonore, quindi la mia quotidianità è basata al cento per cento sulla composizione. Scrivo continuamente musica originale per lavoro, è vero, ma la produzione dedicata a un proprio progetto personale richiede caratteristiche di libertà espressiva e di originalità completamente diverse. Molto semplicemente, sentivo il bisogno fisiologico di tornare a fare dischi miei.
Il lavoro sul suono è molto curato ma mai freddo: come si evita che l’elettronica perda umanità?
Nella stesura del brano ho bilanciato l'elettronica inserendo molti elementi “caldi”, come tappeti di voci, pianoforti e percussioni vere. Io personalmente non trovo che la percezione della perdita di umanità nella musica sia una cosa negativa, ma in questo specifico caso l’elemento "biologico" e suonato è sempre presente e fondamentale.
Questo primo capitolo lascia intendere un progetto più ampio: che direzione prenderà?
Negli anni ho scritto esplorando tante direzioni diverse: dall’elettronica al reggae, passando per il rock fino ad arrivare ad atmosfere strumentali più cinematografiche. Quello che posso anticipare è che il viaggio sarà lungo, libero e decisamente variegato.
