In lui convivono due metà apparentemente distanti: la mente analitica del manager tech di giorno e l'anima sognatrice del cantautore di notte. Ai microfoni di Cherry Press, l'artista racconta come riesce a far dialogare queste due dimensioni, usando la disciplina aziendale per dare struttura a una proposta musicale testarda, profonda e accessibile. Profondamente influenzato dal grande cantautorato italiano e aperto alle più disparate contaminazioni ritmiche — dal funk alla house —, presenta il suo nuovo singolo "Principesse perse". Il brano si spoglia di ogni etichetta di genere per diventare un manifesto universale sulla resilienza urbana e sulla perdita dei punti di riferimento economici e personali nella società moderna. Un'intervista che svela il dietro le quinte di un progetto indipendente, nato grazie a un team affiatato e guidato da un'unica grande sfida: far ballare il pubblico con spensieratezza, spingendolo al contempo a fermarsi e riflettere.
Ciao, benvenuto sulle pagine di Cherry Press! Raccontaci un po’ di te. Di giorno manager formale, di notte cantautore che scrive canzoni: quando ti sei avvicinato alla musica e come riesci a far convivere queste due anime così diverse?
Grazie, un piacere essere qui. La passione per la musica nasce da lontano: la prima cosa che io abbia mai scritto risale a quando avevo 6 o 7 anni, con una chitarra che non sapevo suonare e un registratore giocattolo. Poi sono arrivati il ballo, il cantautorato, un primo album nel 2011 — “Solo un’utopia” — rimasto nel cassetto per oltre dieci anni, e un “letargo artistico” durato più di quindici. Quanto alle due anime, mia moglie dice che io non sono uno, ma molti, e che a volte ci trova anche a discutere tra noi. Convivono due metà: quella seria e professionale del “Manager” e quella spensierata e sognatrice del “Cantautore”. Le tengo insieme nel modo più semplice: il cantautore si affida alle capacità organizzative del manager. Se di giorno gestisco progetti tech, di notte ritrovo la mia dimensione cantautoriale, conciliandola con le responsabilità familiari. Stesse caratteristiche umane — cura del dettaglio, dedizione — declinate in due lingue diverse.
Nelle tue canzoni c'è una forte attenzione ai messaggi profondi nascosti dietro narrazioni semplici. Quali artisti o generi musicali hanno influenzato maggiormente il tuo stile, permettendoti di unire ritmi latini, funky e house in un pop così impegnato?
La vera costante è il cantautorato italiano, e se devo fare un nome scelgo Gino Paoli, per omaggiarne la recente scomparsa: con tre accordi ha scritto pagine destinate a restare, perché sapeva dire molto senza mai essere banale. È la lezione che mi porto dietro: non bisogna scegliere tra messaggio e memorabilità. Sui generi, le contaminazioni convivono perché non sono distanti come sembrano: gli accordi del metal sono gli stessi del funk, le note della house sono le stesse dei ritmi latini. È anche il messaggio di “Principesse Perse”: esasperiamo le diversità e ci dimentichiamo di ciò che ci accomuna. Così, in un brano che invita a ripartire dai valori comuni, ha senso fondere stili diversi e dimostrare che la differenza, in fondo, è spesso solo questione di vestito.
Se dovessi scegliere tre aggettivi per definire la tua musica – magari pensando a canzoni come “37 e mezzo” o a quest'ultima release – quali useresti e perché?
Provo a sceglierli, anche se ridurre tutto a tre è il primo tradimento. Direi: profonda, perché cerco sempre di nascondere nei testi diversi piani di lettura, in modo che ognuno possa ritrovarsi nelle pieghe della canzone; accessibile, perché accetto di piegarmi alle logiche radiofoniche nella struttura, convinto che la memorabilità sia la vera cassa di risonanza del messaggio — una canzone profonda che nessuno ricorda ha perso prima di cominciare; testarda, perché “37 e mezzo” è un brano lungo, complesso, tutt’altro che “facile”, e “Principesse Perse” è un pop impegnato in un’epoca che spinge a semplificare tutto: qualcuno potrà pensare che non funzioni, ma io sono testardo e ho voluto provarci lo stesso.
Il tuo nuovo singolo “Principesse perse” unisce una produzione travolgente a una critica profonda al sistema moderno. Quale messaggio vuoi comunicare a chi si sente un po' smarrito in questa società e perché ci tieni a ricordare che, nonostante tutto, restiamo tutti “Principesse”?
Il messaggio è tutto in quel “siamo” finale: “Siamo Principesse Perse”. Non parlo di figure femminili, parlo di tutti noi — uomini, donne, giovani, adulti — perché nella storia le principesse erano spesso costrette a lasciare il proprio regno per costruirsi un futuro altrove. Oggi quella metafora riguarda chiunque si ritrovi a inseguire la realizzazione personale in una società che non offre più un “trono”: il ragazzo di vent’anni che non trova lavoro, il quarantenne che si chiede se la vita che ha costruito sia davvero quella che voleva. A chi si sente smarrito vorrei dire questo: restiamo principesse non perché indossiamo la corona, ma perché conserviamo la nobiltà d’animo anche quando la corona è caduta. Possiamo ballare sopra ai problemi senza far finta che non esistano. La cover del singolo lo racconta in un’immagine: una figura che salta, leggera, sopra a una corona per terra. Il volo e la caduta. Quella corona abbandonata non è una sconfitta, è una scelta.
Adesso è arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto… ma a cui avresti sempre voluto rispondere. Forse qualcosa legato a come si dirige un team di PR come Red&Blue usando le tue competenze aziendali, o sul patto narrativo “al contrario” che avete usato nel videoclip con il regista Niccolò Lorini? A te la scelta!
Bella domanda — me la faccio così: “Che cosa ti ha insegnato di te stesso questo progetto?”. Risposta: che il “valore”, a volte, è più importante della logica. Lo abbiamo capito proprio girando il video con Niccolò Lorini al teatro di Rapolano Terme. Mentre giravamo ci siamo accorti che la fotografia, con i palchi del teatro sullo sfondo, sarebbe stata molto più suggestiva se avessimo dato le spalle al pubblico. Ci abbiamo messo cinque secondi a decidere di girare le riprese di 180°. Non ha senso cantare e ballare al contrario? Forse, ma il teatro era il luogo ideale per quella finzione metaforica e il gioco caravaggesco di luci e ombre valeva l’apparente paradosso. La stessa logica la applico al “manager che dirige il cantautore”: ho costruito un team professionale — da Red&Blue di Marco Stanzani per le PR a Niccolò Lorini per il video — perché il mio “io manager” sa che è la squadra a farti crescere. Ma poi lascio che sia il “valore”, l’intuizione del momento, a guidare le scelte importanti. È una sintesi che ho imparato proprio facendo questo disco: pianificare tutto, e poi avere il coraggio di girarsi di 180° quando serve.
Per concludere, il tuo obiettivo è unire sotto la stessa melodia chi cerca spensieratezza estiva e chi vuole fermarsi a riflettere. Quale messaggio vuoi lanciare ai lettori di Cherry Press che ascolteranno in radio “Principesse perse”?
Se un dodicenne balla “Principesse Perse” senza pensarci troppo e un quarantacinquenne ci riflette sopra, per me è la vittoria più grande: ho unito chi cercava una canzone spensierata con chi voleva fermarsi a riflettere. Ai lettori di Cherry Press dico questo: ascoltate il brano con la leggerezza che merita, ballateci sopra se vi va, ma se a un certo punto vi accorgete di canticchiare “siamo principesse perse” … fermatevi un istante e chiedetevi che cosa significa per voi. Teniamo accesi sogni e speranze: non è un caso che siano entrambe parole che ricorrono nei miei testi, sono gli stimoli più forti che possiamo avere nella vita. E poi, lo sapete come finisce: ascoltate, riascoltate e spammate Principesse Perse!
