Se volessimo davvero parlare delle tante forme che possono avere le moderne solitudini oggi avremmo davvero tanti esempio da fare. Io ho pensato alla canzone d’autore, all’essere artista oggi… ma anche quel essere vicini alla cultura, ad un certo modo di andare in profondità nella vita, quella voglia di non restare in superficie. E un cantautore ispirato come Marcello Parrilli, alle forme per lui concrete di moderne solitudini, ha dedicato un disco che porta questo come titolo, tra amore metropolitano e suono americano (forse troppo ripetitivo in alcune soluzioni elettriche), tra quella voce particolare che ormai riconosciamo a quel piglio forse (troppo) pop che ha di dare alle canzoni, alle sue tante forme, alla sua salvifica semplicità. Inediti ma anche vecchie scritture che qui riprendono vita e nuova faccia come “Notte di S. Lorenzo” o la dolcissima “Cercando la Luna”… forse reminiscenze del passato che a loro modo avevano sottolineato un tema delicato come quello della solitudine.

“Moderne Solitudini”. Mai più titolo sembra di attualità. Ma semplici battute a parte, virus a parte… quali sono per te le  moderne solitudini?
“Moderne solitudini” parla di solitudini date dalla mancanza di comunicazione in un contesto di iper connessioni, laddove non riusciamo a parlarci con chi ci sta accanto. La cosa surreale è che adesso, in questo preciso momento storico, dove stiamo vivendo dei cambiamenti epocali che condizioneranno per sempre la nostra esistenza, per la nostra sicurezza, dobbiamo stare almeno ad un metro da chi ci sta accanto, e le connessioni virtuali, che prima erano superflue e social, adesso sono diventate fondamentali per continuare ad andare avanti, basta pensare allo smartwork o alla didattica online…si è stravolto un po’ tutto e speriamo di vedere presto la luce.

Canzone pop d’autore quella di Marcello Parrilli… sei sempre stato fedele ad un cliché italiano… come mai?
Ho sempre adorato la  canzone d’autore italiana, penso che la nostra lingua sia tra le più musicali di tutte, sia per tradizione che per varietà linguistica, e mi ricordo che fin da adolescente, nonostante avessi una buona formazione musicale classica, con lo studio del violino e del pianoforte al conservatorio, ho imparato a suonare la chitarra per accompagnare le mie prime canzoni. Ho sempre adorato il connubio testo e musica come forma di comunicazione privilegiata, e anche in ambito musicoterapico utilizzo spesso la forma canzone nella relazione con pazienti malati di Alzheimer o altre demenze per lavorare sulla  memoria.

E da polistrumentista, hai mai cercato una varianza? Che so, strumenti etnici, scritture che portavano completamente altrove?
Mi piace moltissimo lavorare con l’elettronica, ho una laurea in musica e nuove tecnologie al conservatorio Cherubini di Firenze che negli ultimi anni mi ha aiutato molto nel lavoro in studio e nella sperimentazione. Ho lavorato ad un disco di musica elettronica e violino con la violinista H.E.R. che è stato pubblicato due anni fa per Flipper Music dal titolo “Violins and Wires”. Gli strumenti etnici mi piacciono ma hanno più attrattiva nei miei confronti nel campo della musicoterapia o nella popolar music. Comunque anche se è diventato ormai uno strumento piuttosto usato, suono spesso l’Ukulele sia in ambito musicoterapico che durante i live. E anche in “Moderne Solitudini” c’è un brano, “Ragazza di Chiang Mai”, dove suono l’Ukulele, strumento che ho comprato ed imparato a suonare in Thailandia. Le scritture che portano altrove specialmente riguardo alla musica informale sono produzioni che ho fatto ma che non ho mai pubblicato perché complicate da seguire e decisamente impegnative per l’orecchio medio.

Il cantautore oggi? Ormai non sono pochissimi gli anni di carriera… che idea hai di questo ruolo sociale, artistico… lavorativo?
Ho detto spesso che sono un cantautore per esigenza, perché mi piace raccontare storie ed emozioni, il giorno in cui non avrò più niente da raccontare, continuerò a vivere per e con la musica facendo le mie attuali professioni che sono il professore di musica alle scuole medie e il musicoterapeuta specializzato in ambito geriatrico. Penso che attualmente in Italia nessun cantautore riesca a vivere solo delle proprie canzoni, i dischi non si vendono più e il gusto musicale della massa è influenzato dalle proposte musicali radiofoniche che spesso sono dozzinali e immediate per non indurre l’ascoltatore a riflessioni. Va da se che se che si vuole intendere come lavoro, bisogna avere le spalle coperte, perché spesso, anche se non lo dice quasi mai nessuno, i costi di produzione di un disco di buon livello, superano ampliamente i guadagni. Per quel che riguarda il ruolo sociale del cantautore, penso che sia quello di regalare emozioni, e in alcuni casi a far riflettere.

Voglio lasciarti “lanciandoti un La” per un’analisi. In fondo, essere un artista oggi è a suo modo un moderna solitudine… non trovi?
Si decisamente, mai come in questo momento storico c’è crisi di pubblico, se poi analizziamo il momento drammatico che stiamo vivendo dove sono sospese tutte le manifestazioni pubbliche e sono chiusi tutti i locali, l’unico modo per far sentire la propria voce è utilizzare la rete o fare un concerto sul balcone.

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Redazione