«Se la vita di una rockstar è fuori dall’ordinario, la sua fine così come i suoi grandi amori riportano questi personaggi “stellari” al rango di esseri umani». Queste le parole di Ezio Guaitamacchi (decano del giornalismo musicale, autore e conduttore radio/tv, scrittore, docente e performer, direttore di due riviste specializzate e di varie collane di libri, nonché autore di una ventina di titoli sulla storia del rock, amante del “dark side” del mondo della musica), nel presentarci il suo nuovo libro “AMORE, MORTE E ROCK & ROLL” – LE ULTIME ORE DI 50 ROCKSTAR: RETROSCENA E MISTERI. A tal proposito Ezio racconta: “è stato bello raccontarne le ultime emozioni, le grandi gioie, i dolori più profondi così come i lati più bui e misteriosi senza mai dimenticare la loro formidabile arte, ancora oggi la miglior colonna sonora delle nostre esistenze”

Arricchiscono il volume le prefazioni di ENRICO RUGGERI e di PAMELA DES BARRES (una delle groupie più iconiche negli anni Sessanta e Settanta).

Amore, morte e rock’n roll, illustra come dietro le vite all’apparenza straordinarie di molte rockstar si nasconda un forte dramma personale. David Bowie, Price, Amy Winehouse, sono alcuni dei nomi presenti nel suo libro. Cos’è che li accomuna oltre la carriera da super Rockstar?

Per quello che riguarda Emy e Prince, quello che può accumunare le morti di questi personaggi, è non tanto l’amore che io inserisco nel titolo del libro, ma quanto la mancanza d’amore. Entrambi alla fine erano persone sole fragili, sia dal punto di vista psicologico e anche se vuoi patologico. La morte di Emy fù scandalosa, una fine cosi precoce, morire cosi a soli 27 anni a Londra e per dipiù nel 2011è una chiara dimostrazione che non è stata curata da tutti i punti di vista e soprattutto anche da quello affettivo.

E David Bowie?
Un’artista sicuramente più stabile. Vent’anni di matrimonio, una figlia, insomma un personaggio che ha saputo fare di se stesso un’opera d’arte che in qualche modo trasforma la propria morte in qualcosa di artistico e cinematografico. Nel mio libro racconto di un dialogo tra Bowie e il suo storico produttore Tony Visconti. Bowie chiama il produttore e gli racconta che ha registrato cinque demo, cinque canzoni. Anche se Bowie era riservato tutti sapevano che stava male, e cosi Tony gli disse di concentrarsi sulla promo del nuovo disco. Cosi David gli dice: “Per il disco ho in mente la miglior mossa di marketing possibile.” Pochi giorni dopo muore, e Black Star(ovvero il suo ultimo album), è stato quel con maggior successo riferito alla sua recente discografia. La sua mossa di marketing aveva funzionato. Lui l’uomo delle stelle che chiama “La stella nera”, il suo ultimo lavoro, che sostanzialmente esce in contemporanea con la sua dipartita vera verso le stelle.

Nella prefazione affidata a Enrico Ruggeri, si legge: “Com’è possibile che veri e propri eroi, consapevoli di esserlo, non siano stati capaci di fare ordine nel caleidoscopio della loro anima”? Ecco lo chiedo a lei… Perché?
Come sottolinea bene Enrico Ruggeri nella prefazione, “L’artista ha una sorta di fragilità congenita”. Ha difficoltà nel gestire un trionfo, un successo pubblico vero declinarlo nella sua vita privata. Io capisco cosa voglia dire Ruggeri, oltretutto detto da un artista poi(ed è questo il discorso che fa Ruggeri), la morte li umanizza, li fa sembrare più vicini a noi. Forse umanamente più simpatici, il che non toglie il discorso della loro grandezza artistica, il che non toglie chi sono come persone ovvero fragili. Sicuramente tutti loro hanno avuto un’infanzia difficile.

Personaggi che hanno avuto sicuramente un influenza importante a livello internazionale. Ma se dovessi spostarci in Italia chi riconosce come rocker?
Sicuramente siamo più locali. Basti però pensare a De Gregori influenzato da Bob Dylan, o a tutti gli chansoner francesi su De Andrè. La vita degli artisti italiani nella maggior parte dei casi, non sono state cosi avventurose o sperimentali, da questo punto di vista rock. Ma comunque hanno lasciato un grande segno come cantautori, basti pensare a Guccini o De Andrè che sono stati forse l’espressione artistica e di impatto più forte della musica italiana nel ‘900

E i rocker al giorno d’oggi esistono ancora?
Paradossalmente i veri rocker oggi sono quelli che fanno la Trap e con questo non posso dirti che io sia un fruitore del genere. La Trap in questo momento è l’unica forma di musica che si ascolta e soprattutto si vive. C’è una totale identificazione da parte dei fan. Oggi le nuove generazioni si riconoscono in questa musica e non in quella tradizionale. Non discuto che sui valori artistici o morali, ma dico che è l’unica ad oggi che ha questa funzione di appartenenza, giusta o sbagliata che sia è così.

Tornando al suo libro, lei racconta che è “Riuscito ad andare oltre”. Ecco questa frase mi ha incuriosita. Ci spieghi.
Diciamo che la scena del crimine musicale in ambito rock con le morti degli artisti l’avevo già affrontata in un progetto televisivo che si chiamava “Delitti Rock”, tratto da un libro omonimo mio che avevo scritto. Quando dico che sono andato oltre è perché ho cercato(soprattutto dal punto di vista narrativo),raccontare delle storie accattivanti, interessanti e che colpivano il lettore, a prescindere dalla fama e dalla popolarità del protagonista. Come dice anche il titolo, ho voluto andare oltre quello che è la narrazione della cronaca, cercando di farti capire la psicologia di quello che c’è dietro la mancanza di affetti anche attraverso testimonianze di chi con loro ha vissuto le ultime ore. Una visione diversa ma valorizzando comunque la loro parte artistica. Il mio obbiettivo è quello di far scoprire o riscoprire artisti con queste storie fantastiche.

Tra le tante storie che ha raccontato, chi ha colpito profondamente il suo cuore?
Ce ne sono diverse, perché tutti questi artisti raccontano loro stessi e soprattutto loro stessi con il finale della loro vita. Sono tutte storie che avrebbero meritato inchieste più approfondite. Non tutti sono dei veri e propri rocker dal punto di vista musicale, hanno vissuto una vita rock. Quindi per rispondere alla sua domanda le dico che sono tante le storie che mi hanno colpito e toccato anche se in maniera diversa.

Cito testualmente una sua frase: “E’ stato bello raccontare le ultime emozioni, le grandi gioie e dolori senza mai dimenticare la loro formidabile arte, ancor oggi la miglior colonna sonora delle nostre esistenze.” Allora mi chiedevo e le chiedo: Qual è a questo punto la miglior colonna sonora di Ezio?
Ce ne sono molte, ma il mio primo grande amore fu Jimi Hendrix. Sa cosa credo che i corpi e le loro vite terminano, ma la le loro voci non le dimenticheremo mai.

Intervista di Rosa Spampanato
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Redazione